Ricordi? Ma anche no

Ho appena cancellato 240 foto dalla memoria del telefono. Il che mi porta ad una riflessione sugli spazi che impieghiamo inutilmente, per conservare, sempre e a tutti i costi, pezzi di vita, momenti, immagini, persone, oggetti… Come se tenerli ordinatamente catalogati, piuttosto che alla rinfusa dentro un garage, fosse il segreto per non perderli mai. O la prova di averli veramente vissuti.

E invece, creiamo solo uno strato di “cose” che ci separa dagli altri. Gli oggetti, i ricordi, e tutto quanto legato al passato ha avuto una sua funzione nel momento in cui è stato usato. Dopo, basta. Per dire, che senso ha che io tenga ancora un’autoradio con le cassette, se non ho neanche una cassetta (e tra poco neanche un’auto)?

Tutta la smania di conservare è così innaturale… a volta mi sembra siamo come delle piccole formiche che mettono da parte il cibo per superare l’inverno. Solo che quello che mettiamo da parte noi non è cibo, e non serve per superare. Anzi, il più delle volte è proprio l’attaccamento alle cose che non ce ne fa superare la perdita, quando sarà irrimediabile.

Se avessimo la stessa costanza anche nei rapporti umani, forse, sarebbe un mondo migliore. O forse non faremmo che conservare immagini che nel tempo diventano stantie, mentre le persone intorno a noi cambiano.

Oh, insomma, non lo so. Alla fine, ho soltanto cancellato delle foto del cacchio da un telefono..!

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Pausa di riflessione

Caro lettore, ma soprattutto cara lettrice,
ti chiedo scusa per l’assenza prolungata. Mi piacerebbe dirti che ho avuto di meglio da fare, che ho vissuto intensamente ogni momento passato lontano da questo blog, che la mia vita ha subito sconvolgimenti epocali negli ultimi mesi.
E invece ti dirò solo che nel silenzio, ho raccolto materiale, idee, spunti, riflessioni, persone e luoghi di cui parlerò presto.
Ti chiedo solo di pazientare ancora un po’, ma il blog non è morto.
Giuro solennemente di non chiudere con la frase STAY TUNED.

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A cena da me – Fine

[CONTINUA DA POST PRECEDENTE…]

 

Ci alziamo dal letto all’unisono. Non facciamo mai fatica a staccarci, perché in realtà non ci stacchiamo mai del tutto. Mentre riempio la pentola di acqua nuova, tu dai da mangiare a Snoopy, poi vieni ad abbracciarmi da dietro. Sai quanto adoro quel gesto, puro affetto, puro slancio emotivo, così dolce e protettivo, eppure così sensuale. Come se con un solo abbraccio mi dicessi che sono tuo, e che nessuno mi porterà via da te. Ed io lo so che è questo che pensi, e vorrei tu non te ne andassi mai.

Stasera ti chiederò di venire a vivere con me. Ho preparato il discorso mille volte davanti allo specchio, sembrando ogni volta sempre più impacciato e goffo, ridicolo nel tentativo di rendere la richiesta revocabile all’istante, a seconda della tua espressione.

Quando esco dal tuo abbraccio, verso l’acqua bollente sul couscous, lascio riposare qualche secondo, poi mescolo e sgrano i chicchi con una forchetta. Copro con un piatto e lascio riposare per 5 minuti, poi toccherà aggiungere l’olio, rimescolare e aspettare ancora. La cucina e i suoi tempi, pensavo, sembrano molto i tempi dell’amore. C’è un tempo giusto per tutto, ed un ordine naturale delle cose. Questo sempre che si voglia gustare un piatto fatto a regola d’arte. Non basta avere gli ingredienti giusti, e già in amore è più difficile che in cucina. E poi, ci sono ingredienti e ingredienti. Poi ogni ingrediente deve essere considerato nella sua individualità, ma anche nella totalità. Cucinando, e amando, si deve fare in modo che il singolo dettaglio non perda importanza nel contesto, ma he dia il suo contributo. Che si senta al palato, nel piatto, e che si senta nel cuore in una relazione. Mentre mi lancio in queste riflessioni tu hai fatto scivolare altri due calici di vino sul tavolo, pronti per ricominciare la danza. Ammiro sempre la tua agilità nel versare, sembra tu sia nata apposta per quello. Il movimento di rotazione di polso e avambraccio, quando hai finito di versare, per non sprecare nemmeno una goccia. La smorfia concentrata che assumi mentre riempi i calici, quel piccolo broncio e una fossetta tra le sopracciglia. Quelli sono due dei tuoi ingredienti. Imperdibili. Li amo singolarmente, li inquadro nella cornice del tuo volto, del tuo corpo, e ogni cosa acquista forma, e la forma è la tua. Un piccolo brindisi, portiamo i calici alle labbra, metto giù il mio e finisco di preparare il couscous, aggiungendo le verdure, un filo d’olio, il peperoncino. Servo su piatti tondi, fondi, e guarnisco con una fogliolina di basilico appena staccata dalla piantina che mi hai regalato, e tengo sul davanzale. Metto i piatti a tavola, ti aiuto ad avvicinare la sedia al tavolo dopo esserti seduta, ti adagio un bacio sulla fronte, vicinissimo al punto in cui, qualche secondo fa, ammiravo la rughetta di concentrazione.

Mi siedo, aspetto che assaggi la preparazione, misuro la tua espressione. Vedo un barlume di sorriso, quello che adoro; so quanto ti piace mangiare, quanto tu sia lontana dalla monotonia e dalla noia di quelle donne che sgranocchiano un gambo di sedano per non avere la cellulite, e poi hanno crisi di pianto e di fame, e si fiondano su una vaschetta di gelato ipocalorico. Adoro vederti mangiare con gusto, perché – sempre per l’associazione cibo/amore – significa che ami con gusto. Che ami me, con gusto. Alzi lo sguardo e mi sorprendi con la forchetta a mezz’aria, che ti guardo incantato, e mi chiedi “Che c’è?”. Inutile negare l’evidenza, mi leggi dentro, quindi non provo a mascherare le mie intenzioni e i miei pensieri.

“Da quanto tempo stiamo insieme?”, ti chiedo. E ovviamente è una domanda retorica, perché so benissimo quanto tempo è passato. “Ecco, insomma… io… volevo chiederti se…”

“Sì, mi piacerebbe venire a vivere con te!” mi rispondi con un sorriso, con gli zigomi arrossati. Non capisco se hai azzardato la risposta, pur non conoscendo ancora la domanda, o se mi avessi letto nel pensiero. Prendo il calice, e ti invito a farlo. Può sembrare il più banale degli “A noi due”, ma non sono mai stato bravo con le parole. Non con te. Con altre donna, di cui poco mi importava, sono sempre stato abile. Con te non capisco più niente, mi basta guardarti per perdere il filo del discorso e del pensiero, o per dimenticarmi semplicemente che ti stavo parlando. Forse non avrei dovuto chiedertelo a tavola, perché dopo il tuo sì, avevo programmato di abbracciarti, baciarti, e regalarti un cofanetto che avevo nascosto sotto al cuscino del divano. Così mi alzo, ti prendo per mano, e ti porto sul divano, ancora col calice sulla destra, e la tua mano sulla sinistra. Ti faccio sedere, mi siedo a fianco a te, pesco con la mano sotto al cuscino, prendo un astuccio con un fiocco rosso, mi inginocchio e te lo porgo.

Mi guardi meravigliata, imbarazzata, bellissima. Scarti il regalo con la gioia e la curiosità di un bambino il giorno di natale, scopri una scatoletta delle dimensioni di quelle da penna stilografica (e infatti era proprio una di quelle scatole), prima di aprirla, lo vedo nei tuoi occhi, ti balena il pensiero “che cazzo c’entra una penna, adesso?!”, la apri e trovi uno spazzolino da denti e una copia delle chiavi di casa. In un millesimo di secondo mi sei addosso, travolgendomi, con un bacio dei tuoi, di quelli che mi pietrificano per qualche secondo, prima di farmi bollire il sangue nelle vene. Le tue mani dietro la mia testa, sulla mia faccia, a carezzarmi la barba, e la tua lingua dentro la mia bocca. Tutto mi fa capire che il regalo fosse a te gradito. Finalmente mi scongelo da quella morsa di ghiaccio in cl tuo bacio inatteso mi aveva intrappolato, ricambio la veemenza del bacio, ti prendo per i fianchi e ti metto a sedere sulle mie gambe. Quello che succede dopo è talmente veloce che non ricordo perfettamente i dettagli, ma in qualche modo siamo di nuovo nudi, avvinghiati l’uno all’altro, in un vortice di baci e morsi, e desiderio che esplode. Mentre entro dentro te mi dici che mi ami, e diventa la cosa più eccitante che potessi dirmi. Ci culliamo e finiamo insieme sulle note conclusive di What a wonderful world, come in un film, come se la scena fosse tutta orchestrata, provata e riprovata. E invece è puro caso, magia. Rimaniamo abbracciati e commossi, mentre le ultime candele si spengono, decretando l’inizio del nostro primo giorno a casa insieme.

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A cena da me – 3

[CONTINUA DA PRECEDENTE]

Non ti scomponi, ormai sei abituata alle mie pazzie. Lo guardi, mi guardi, sorridi e mi baci con dolcezza, come se fossi il bambino dolcissimo che ne ha fatta un’altra. Mi dici che mi adori anche per questo, così ridendo ci abbracciamo, e torniamo a baciarci, prima con dolcezza, e poi in un crescendo di passione. Sei già avvinghiata a me quando entriamo in camera da letto. Le candele sono disposte e disegnano le nostre ombre tremolanti sulle pareti, sul soffitto. La musica arriva dal soggiorno, appena percettibile in mezzo ai tuoi gemiti, mentre ci strusciamo addosso cercando di eliminare ogni millimetro di spazio in mezzo a noi. Ti bacio l’orecchio sinistro, adori quando lo faccio. Ti sento scossa dai brividi, mentre le tue mani si infilano tra i miei capelli, li accarezzano, li tirano. Sono teso fino allo spasimo, con te ancora avvinghiata addosso, ti metto con le spalle al muro, mentre scendo con la bocca lungo il collo, e le mie mani non incontrano resistenza mentre ti spogliano senza alcuna dolcezza, ma con la foga di chi trova l’acqua nel deserto. Con qualche difficoltà mi spogli anche tu, perché io proprio non riesco a star fermo, mentre le mie mani scorrono ed esplorano tutta la tua femminilità, le curve su cui sbando volentieri, la tua pelle che ad ogni tocco emana il suo profumo, sotto il calore dei mie polpastrelli. Ti afferro un seno con la mano a coppa, lo sollevo e lo bacio, lo mordo piano. Sei nuda, ad eccezione di una brasiliana che è tanto umida da chiedere pietà. Ed io mi lascio sempre impietosire dalle brasiliane. Te la sfilo, e fai un movimento con le gambe così naturalmente sexy che potrei dirti che ti amo solo per quello. Che sono completamente cotto di te, stregato dalle tue sfumature. Ma non dico niente. Tu lo sai già. Non sei una donna che ha bisogno di conferme dalla mia voce, quando i miei occhi e le mie mani urlano tutto il mio amore.

Ti stendo sul letto, e comincio a baciarti e carezzarti dalla punta dei piedi, praticando un massaggio circolare sulle piante, per alleviare il dolore delle scarpe alte e sexy che hai messo solo per me. uttMentre le mani si trattengono ancora sui tuoi piedi, con le labbra salgo lungo il collo del piede, giro intorno al tendine di Achille, che mordicchio e bacio, per dopo pizzicarlo con le dita. E ancora la bocca sale lungo il polpaccio, quella gamba così bella, così proporzionata, così mia. Le mani seguono il percorso delle labbra, massaggiando e asciugando dove ho lasciato il segno, ma la bocca è sempre in vantaggio, e sale su, dietro l’incavo del ginocchio, su per la coscia, con lentezza ma con decisione, punta verso l’obiettivo del tuo piacere. Quando arrivo all’inguine, sul viso sento tutto il tuo calore, e il tuo odore di buono, di pane appena sfornato. Mi ci tuffo dentro, affamato, come fossi a un buffet e dovessi arraffare per primo tutto quello che c’è, prima di perdere i piatti migliori. Mentre gemi, pieghi le gambe e me le incroci dietro la schiena, come piace a me, attirandomi ancora più dentro, come se volessi inglobarmi. Sussulti e ti muovi e mi muovi, ancora sono dentro te con tutta la faccia, ma prima ancora con tutta la voglia, con l’anima. Con un movimento brusco mi allontani con le gambe, e mi inviti a sollevarmi, a baciarti ancora, a scoprire l’altra metà di te che non ho ancora visitato. Salgo lungo la pancia con la punta della lingua, ti sento rovente mentre con le mani ti cingo in vita, e dall’ombelico, dove ho indugiato più del necessario, salgo lungo la linea dell’addome, in mezzo ai seni, su per il collo. Qui mi fermo di nuovo a campeggiare, piantando i picchetti dei miei denti, affondandoli nel morbido terreno del tuo collo, mentre gemi, la testa riversa indietro, madida di sudore. Salgo su verso il mento e le labbra. Ah, quale meraviglia. Le tue labbra morbide si schiudono senza opporre un minimo di resistenza, e la tua lingua è già sulla mia, e intorno. Con la mano ti accarezzo il ventre piatto, il pube, e poi più giù, mi apro un varco con le dita, mentre continuiamo a baciarci. In due secondi sono dentro di te, sopra di te, ma sei tu che mi domini e guidi. Anche da sotto. I tuoi movimenti e le fiamme che vedo nei tuoi occhi, quello è il mio navigatore. Sento il piacere scorrere dentro di te, fluire attraverso il tuo corpo e montare nel mio. Ci baciamo intensamente mentre sono dentro di te, muovendoci all’unisono, forse al ritmo della musica che non sento più, ma che in qualche modo percepisco, come l’avessi dentro.

Snoopy entra in camera, allarmato dai nostri gemiti, viene sul letto e ci guarda. Scoppiamo a ridere, mentre lo coccoliamo allo stesso tempo, in testa, e penso che la felicità è quella. Poi penso che la pentola è ancora sul fuoco, e l’acqua sarà finita da un pezzo.

[CONTINUA…]

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A cena da me… 2

[CONTINUA DAL POST PRECEDENTE]

Decido di preparare un coucous di verdure, quindi comincio a tagliare a dadini i peperoni, le patate, le zucchine, i pomodori. Affetto la cipolla a strisce sottili, dopo aver indossato i guanti di gomma. Non voglio impuzzare le stesse mani che stasera saranno su di te e, se me lo concederai anche questa volta, dentro e intorno a te. Sfilo i guanti e metto a soffriggere la cipolla. La casa viene inondata da quel profumo che solo la cipolla rossa ha, dolciastro e pungente insieme. Aggiungo le altre verdure con cura metodica, in ordine di cottura, per evitare che facciano una pappetta informe. Aggiungo infine il brodo per completare la cottura.

Metto due bottiglie di Lighea in ghiacciaia. Adori quel vino, te l’ho fatto conoscere io. Quando te l’ho presentato, ti ho detto “Questo vino viene dalla terra in cui sono nato e cresciuto; questo vino sa di me, sa di mare e di sole e di vento”. Ne bevesti un sorso, freddo al punto giusto, e te ne innamorasti. Da allora lo cerco sempre, per tenerne una scorta a casa, qualora arrivassi a sorpresa.

Pregusto il momento in cui arriverai. Spengo il fuoco sotto alle verdure, le scolo e conservo il brodo rimanente. Più tardi ammollerò il couscous nello stesso brodo, per insaporirlo in cottura.

Pulisco velocemente il fornello e lavo tutti gli utensili usati per preparare il couscous. La casa è perfettamente in ordine. I gatti sono in giro, Snoopy sonnecchia nella cuccia ai piedi del mio letto.

Mi preparo per una doccia, quando entrando in bagno realizzo che non potrò lavarmi con Asty. Prendo la bacinella più grande che ho, la riempio quasi all’orlo, e ci adagio il mio nuovo amico dentro. È la terza volta che lo prendo in mano, e sta già cominciando a fidarsi. Vedo o immagino uno sguardo di sollievo nei suoi occhi, quando realizza he l’acqua in cui l’ho messo non è bollente.

Faccio la doccia, mi tolgo di dosso la fatica del lavoro, l’odore di cucina, i baci di Snoopy. Mi avvolgo un asciugamano intorno ai fianchi, mi guardo allo specchio e non capisco cosa ci trovi in me, ma vado avanti comunque, mi asciugo, mi ravvio i capelli con le mani, in su, come piacciono a te.

Indosso una casacca in lino, molto fresca, bianca, aderente. Un pantalone kiwi e un paio di sandali. Voglio avere addosso meno vestiti possibile, perché tu possa spogliarmi prima con gli occhi, e dopo, a scelta tua, con le mani o con la bocca. Metto un’ombra di profumo, Issey Miyake, il tuo preferito. “Odora di te”, mi hai detto una volta. Delle note cedrate accompagnano i miei passi mentre torno nel soggiorno, e faccio partire un po’ di musica. Preparo un’accurata playlist che non lasci adito a dubbi sulle mie intenzioni. Un po’ di jazz durante la cena, un po’ di soul dopo, e musica chillout per la tarda serata. Ipnotica, rilassante.

Le candele sono disposte strategicamente, ognuna nel suo portacandela e ognuna con un posacenere sotto, memore dell’ultima volta che si sono sciolte tutte sui mobili e i davanzali delle finestre. La luce del tramonto  inonda la casa di una piacevole tonalità arancione. Dovresti arrivare da un momento all’altro.

Per stemperare l’ansia, lavo i denti e mastico qualche foglia di menta. Voglio che il primo bacio che ci scambieremo, ancora con te sulla porta, ti dia un brivido.

Suona il citofono, e il mio cuore balza in petto. Anche Snoopy si sveglia di soprassalto, e comincia ad abbaiare. Apro il cancello e sento i tuoi passi che si avvicinano, indovino un tacco 8, forse sono le scarpe che abbiamo comprato insieme, quando eravamo usciti per cercarne un paio per me, e come sempre eravamo usciti dal negozio con tre paia per te, ed io a mani vuote.

Apro la porta, ho il cuore che mi martella in petto, ogni volta che ci vediamo come fosse la prima, come fosse un esame che non ho mai superato, anche se tu mi promuovi ogni volta. Ti avvicini, stai sorridendo. Stai sorridendo proprio a me, ed è sempre un’emozione meravigliosa, vedere quei denti così bianchi, così perfettamente allineati, che danno mostra di loro solo per me. I tuoi sorrisi mi riempiono e tolgono il fiato. Snoopy sgattaiola fuori dalla porta, non st più nella pelle, quasi quanto me. Viene ai tuoi piedi e si butta a terra rotolandosi, chiedendoti attenzioni. Penso che potrei fare la stessa cosa da un momento all’altro, ma mantengo il controllo mentre ti pieghi su gambe perfette, una gonnellina che si solleva fino a scoprire tre quarti della coscia, le mani che scivolano sul pancino di Snoopy che ormai è schiavo delle tue coccole, scodinzola e si contorce felice sotto alla leggerezza delle tue dita. Penso tra me e me, con un sorriso, che non vedo l’ora di imitarlo…

Ti sollevi, tiri un po’ giù la gonn a in un gesto così pudico che ti rende ancora più sexy, ti ravii i capelli con la mano sinistra, un tintinnio di bracciali, e torni a sorridermi. Anzi, non hai mai smesso. Ti avvicini e io sono in trepidazione, appoggi le labbra sulle mie. Ed è subito giubilo. Ci baciamo dolcemente sulla porta, come se avessimo tutto il tempo del mondo, o come se il tempo non avesse importanza. Non esiste altro mondo all’infuori delle tue labbra morbide e carnose sulle mie. Intrecciamo le mani, i nostri anelli si toccano ed emettono un tintinnio. Ci stacchiamo solo per guardarci negli occhi, e ci tufferemmo nel secondo bacio, non fosse per Snoopy che reclama ancora la sua parte di coccole. Entriamo in casa, ti chiudo la porta alle spalle. Adesso che ti guardo nella tua interezza, ti trovo più bella che mai, e più desiderabile dei miei stessi sogni. Ti invito a sederti sul divano, prendo il secchiello per il vino, lo riempio di ghiaccio e ci infilo la bottiglia di bianco, ancora chiusa. Metto tutto sul tavolino davanti a te, prendo il cavatappi e so già che vorrai stapparla tu. Ti lascio l’onere, mentre metto su a scaldare il brodo da unire al couscous.

Ti osservo con la coda dell’occhio, mentre con la grazia con cui fai ogni cosa – non capisco come tu possa fare – sei sexy anche mentre stappi la bottiglia e versi il nettare chiaro nei calici che nel frattempo di ho messo davanti.

Mi fai spazio sul divano, mi guardi con occhi che dicono tutto quello che vorrei sentirmi dire da te, e non hai ancora aperto bocca se non per sorridere. La tua capacità, il tuo dono di parlare così poco, ti rende allo stesso tempo misteriosa e chiara, perché ogni tua espressione è come se parlasse al posto tuo. Brindiamo, e le nostre mani sugli steli dei bicchieri si sfiorano, mi danno un brivido. Mentre porti il bicchiere alle labbra, sento di avere un’altra sete, che il vino non potrà calmare. Sorseggio dal calice, il vino rinfresca le mie labbra, togliendo il residuo del sapore di menta e dentifricio, e il sapore della tua bocca. Metto giù il bicchiere nello stesso istante in cui lo posi tu. Ti guardo, ti sorrido, ti dico “bentornata”, mi avvicino ancora, ti scosto i capelli dal collo, e affondo un bacio dolce. Ti sento sussultare, è bellissimo che proviamo le stesse emozioni di sempre. Schiudo le labbra sul tuo collo, e accarezzo la porzione di pelle con le labbra e con la lingua. La sento leggermente salata, morbida, e sento un brivido che sale a sollevarti i pori. Affondo i denti in un morso che vorrebbe essere dolce, ma che sa di fame, di voglia di te da non trattenermi. Tu lo sai, e mi lasci fare, mi abbracci e accarezzi con mani che vanno ovunque, dita sapienti che sanno esattamente dove indugiare, e dove passare velocemente per non farmi il solletico. Mi passi una mano tra i capelli e li accarezzi e poi li tiri piano, mentre le mie labbra hanno già disegnato un percorso che dal tuo collo si protende verso il tuo seno. Il profumo del brodo mi distoglie un attimo da te, ma presto me ne dimentico, avvolto dal profumo che emanano i tuoi capelli, ora che li hai sciolti e mi carezzano il viso, il mento, si impigliano nella mia barba scivolandone via dolcemente mentre mi allontano, per poi intrappolarsi di nuovo quando mi riavvicino. In un attimo non i più il golfino, e la canottiera ha una spallina in giù. Sei irresistibile, congestionata in viso, un po’ per il caldo, un po’ per il vino, un po’ mi prendo il merito anch’io.

Mi alzo e ti prendo per mano, faccio per condurti in camera. Nel crepuscolo urti qualcosa col piede, ti scappa un “AHI!”, accendiamo la luce e ti trovi di fronte una bacinella piena d’acqua con un mostro dentro.

“Ti presento Asty; doveva essere la nostra cena, ma non me la sono sentita…”

[CONTINUA…]

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A cena da me

Immagino così la scena.

Io sto cucinando delle linguine all’astice, la casa invasa dal profumo che proviene dalla cucina.

Ho preso il pomeriggio libero, per prepararti la cena. Uscendo dall’ufficio sono passato dalla pescheria, alla quale avevo chiesto due giorni prima di farmi trovare qualcosa di speciale. Ho preso il mio sacchetto, ho pagato, ricambiando il sorriso complice di una cassiera sui 60 (anni e chili).

Mi sono diretto a casa con lo stesso sorriso, mentre in radio passavano la nostra canzone. Ne abbiamo tante, ma questa è più nostra di tutte. La canticchio, tenendo il tempo con le mani sul volante.

Parcheggio fuori casa, trovo subito le chiavi, apro la porta. Snoopy mi viene incontro scodinzolando, come sempre, dopo mezza giornata a cercarmi dietro ogni angolo della casa. Metto il pesce in frigo, lo coccolo un po’ (Snoopy, non il pesce). Mi cambio, sfilando la cravatta ed aprendo i bottoni dei polsini, con quel gesto che a te piace tanto. Quello che ti dico sempre che non saprei fare altrimenti. Ogni volta che sbottono i polsini, ti penso. Ogni volta che sbottono la camicia, ti penso. Penso a quando lo fai tu per me, ed è sempre magico.

Senza cullarmi in quei pensieri, indosso la prima maglietta che capita, e un paio di pantaloncini. Rimango a piedi nudi come sempre, ed è una cosa che tu odi, ma tanto non ci sei. Mi godo il fresco del pavimento sulle piante dei piedi. Scosto le ciotole dei gatti, e i croccantini intorno, per evitare di inciamparci sopra mentre cucino.

Oggi è un giorno speciale; non un anniversario, non un compleanno, e neanche una festa di paese. È un giorno speciale perché verrai a trovarmi.

Dopo un po’ di moine a Snoopy, un po’ di coccole sparse ai gatti, lavo le mani, e comincio a programmare la cena. Non ci vorrà tanto a cucinare, ma voglio farti trovare tutto in ordine, tutto apparecchiato, le candele accese. Rigoverno casa, ripassando tutti i punti in cui abbiamo fatto l’amore, sorprendendomi che non ne sia rimasto nemmeno uno in cui non siamo stati nudi insieme. Il pensiero mi fa sorridere persino gli occhi.

Metto su la pentola per l’astice. Apro il sacchetto, e lo trovo ancora agonizzante, ma vivo. Mi prendono i sensi di colpa, e lo metto a mollo nella vasca da bagno, cercando di trovare il coraggio di metterlo a mollo in ben altra acqua.

 Spengo il fuoco sotto la pentola e mi trattengo a giocare con l’astice nella vasca. Lo chiamerò Asty e prenderò l’acquario che ho sempre desiderato.

 

[CONTINUA…]

 

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Di silenzi e sussurri

Quando il silenzio è così forte da farti fischiare le orecchie, l’unico rimedio dovrebbe essere un “ti amo” sussurrato dolcemente.
Oppure un battito di cuore, accanto al tuo.
Quando i pensieri ti si affollano insistentemente nella testa, una mano sui capelli dovrebbe spazzarli via.
Quando le lacrime ti bruciano dentro, dovrebbe arrivare un abbraccio a liberarti.
Quando il cuore è pesante, solo un altro cuore che è già ripartito può rimetterlo in sesto.
Quando l’anima non riesce a volare, prigioniera del dolore, una carezza la farà librare

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