A cena da me – Fine

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Ci alziamo dal letto all’unisono. Non facciamo mai fatica a staccarci, perché in realtà non ci stacchiamo mai del tutto. Mentre riempio la pentola di acqua nuova, tu dai da mangiare a Snoopy, poi vieni ad abbracciarmi da dietro. Sai quanto adoro quel gesto, puro affetto, puro slancio emotivo, così dolce e protettivo, eppure così sensuale. Come se con un solo abbraccio mi dicessi che sono tuo, e che nessuno mi porterà via da te. Ed io lo so che è questo che pensi, e vorrei tu non te ne andassi mai.

Stasera ti chiederò di venire a vivere con me. Ho preparato il discorso mille volte davanti allo specchio, sembrando ogni volta sempre più impacciato e goffo, ridicolo nel tentativo di rendere la richiesta revocabile all’istante, a seconda della tua espressione.

Quando esco dal tuo abbraccio, verso l’acqua bollente sul couscous, lascio riposare qualche secondo, poi mescolo e sgrano i chicchi con una forchetta. Copro con un piatto e lascio riposare per 5 minuti, poi toccherà aggiungere l’olio, rimescolare e aspettare ancora. La cucina e i suoi tempi, pensavo, sembrano molto i tempi dell’amore. C’è un tempo giusto per tutto, ed un ordine naturale delle cose. Questo sempre che si voglia gustare un piatto fatto a regola d’arte. Non basta avere gli ingredienti giusti, e già in amore è più difficile che in cucina. E poi, ci sono ingredienti e ingredienti. Poi ogni ingrediente deve essere considerato nella sua individualità, ma anche nella totalità. Cucinando, e amando, si deve fare in modo che il singolo dettaglio non perda importanza nel contesto, ma he dia il suo contributo. Che si senta al palato, nel piatto, e che si senta nel cuore in una relazione. Mentre mi lancio in queste riflessioni tu hai fatto scivolare altri due calici di vino sul tavolo, pronti per ricominciare la danza. Ammiro sempre la tua agilità nel versare, sembra tu sia nata apposta per quello. Il movimento di rotazione di polso e avambraccio, quando hai finito di versare, per non sprecare nemmeno una goccia. La smorfia concentrata che assumi mentre riempi i calici, quel piccolo broncio e una fossetta tra le sopracciglia. Quelli sono due dei tuoi ingredienti. Imperdibili. Li amo singolarmente, li inquadro nella cornice del tuo volto, del tuo corpo, e ogni cosa acquista forma, e la forma è la tua. Un piccolo brindisi, portiamo i calici alle labbra, metto giù il mio e finisco di preparare il couscous, aggiungendo le verdure, un filo d’olio, il peperoncino. Servo su piatti tondi, fondi, e guarnisco con una fogliolina di basilico appena staccata dalla piantina che mi hai regalato, e tengo sul davanzale. Metto i piatti a tavola, ti aiuto ad avvicinare la sedia al tavolo dopo esserti seduta, ti adagio un bacio sulla fronte, vicinissimo al punto in cui, qualche secondo fa, ammiravo la rughetta di concentrazione.

Mi siedo, aspetto che assaggi la preparazione, misuro la tua espressione. Vedo un barlume di sorriso, quello che adoro; so quanto ti piace mangiare, quanto tu sia lontana dalla monotonia e dalla noia di quelle donne che sgranocchiano un gambo di sedano per non avere la cellulite, e poi hanno crisi di pianto e di fame, e si fiondano su una vaschetta di gelato ipocalorico. Adoro vederti mangiare con gusto, perché – sempre per l’associazione cibo/amore – significa che ami con gusto. Che ami me, con gusto. Alzi lo sguardo e mi sorprendi con la forchetta a mezz’aria, che ti guardo incantato, e mi chiedi “Che c’è?”. Inutile negare l’evidenza, mi leggi dentro, quindi non provo a mascherare le mie intenzioni e i miei pensieri.

“Da quanto tempo stiamo insieme?”, ti chiedo. E ovviamente è una domanda retorica, perché so benissimo quanto tempo è passato. “Ecco, insomma… io… volevo chiederti se…”

“Sì, mi piacerebbe venire a vivere con te!” mi rispondi con un sorriso, con gli zigomi arrossati. Non capisco se hai azzardato la risposta, pur non conoscendo ancora la domanda, o se mi avessi letto nel pensiero. Prendo il calice, e ti invito a farlo. Può sembrare il più banale degli “A noi due”, ma non sono mai stato bravo con le parole. Non con te. Con altre donna, di cui poco mi importava, sono sempre stato abile. Con te non capisco più niente, mi basta guardarti per perdere il filo del discorso e del pensiero, o per dimenticarmi semplicemente che ti stavo parlando. Forse non avrei dovuto chiedertelo a tavola, perché dopo il tuo sì, avevo programmato di abbracciarti, baciarti, e regalarti un cofanetto che avevo nascosto sotto al cuscino del divano. Così mi alzo, ti prendo per mano, e ti porto sul divano, ancora col calice sulla destra, e la tua mano sulla sinistra. Ti faccio sedere, mi siedo a fianco a te, pesco con la mano sotto al cuscino, prendo un astuccio con un fiocco rosso, mi inginocchio e te lo porgo.

Mi guardi meravigliata, imbarazzata, bellissima. Scarti il regalo con la gioia e la curiosità di un bambino il giorno di natale, scopri una scatoletta delle dimensioni di quelle da penna stilografica (e infatti era proprio una di quelle scatole), prima di aprirla, lo vedo nei tuoi occhi, ti balena il pensiero “che cazzo c’entra una penna, adesso?!”, la apri e trovi uno spazzolino da denti e una copia delle chiavi di casa. In un millesimo di secondo mi sei addosso, travolgendomi, con un bacio dei tuoi, di quelli che mi pietrificano per qualche secondo, prima di farmi bollire il sangue nelle vene. Le tue mani dietro la mia testa, sulla mia faccia, a carezzarmi la barba, e la tua lingua dentro la mia bocca. Tutto mi fa capire che il regalo fosse a te gradito. Finalmente mi scongelo da quella morsa di ghiaccio in cl tuo bacio inatteso mi aveva intrappolato, ricambio la veemenza del bacio, ti prendo per i fianchi e ti metto a sedere sulle mie gambe. Quello che succede dopo è talmente veloce che non ricordo perfettamente i dettagli, ma in qualche modo siamo di nuovo nudi, avvinghiati l’uno all’altro, in un vortice di baci e morsi, e desiderio che esplode. Mentre entro dentro te mi dici che mi ami, e diventa la cosa più eccitante che potessi dirmi. Ci culliamo e finiamo insieme sulle note conclusive di What a wonderful world, come in un film, come se la scena fosse tutta orchestrata, provata e riprovata. E invece è puro caso, magia. Rimaniamo abbracciati e commossi, mentre le ultime candele si spengono, decretando l’inizio del nostro primo giorno a casa insieme.

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