Non abbiam bisogno di parole

Mi sveglio col pianto di un bambino, lo sento vicinissimo. Non è mio figlio (e come potrebbe esserlo? Non ne ho!), ma istintivamente mi alzo di scatto, in atteggiamento protettivo e consolatorio. Vorrei che il piccolo smettesse di piangere, non perché mi dia fastidio il lamento, ma perché so già che la vita gli darà modo di piangere altre lacrime ben più amare, ma non adesso. Vorrei stringerlo tra le braccia, ed insegnargli il valore del pianto. Educarlo al pianto, a non averne paura, a non usarlo come un’arma, ma come uno strumento. Come una doccia dell’anima.

Ma non posso farlo.
Questo bambino non è mio figlio (e come potrebbe esserlo? Non ne ho!), lui ha un papà ed una mamma che gli spiegheranno la vita. O meglio, gli spiegheranno quel che hanno capito loro. È difficile spiegarla tutta, la vita; è come tentare di raccontare a qualcuno un film che dura anni, e allora cerchi di focalizzarti sulle singole scene più rappresentative per te. Non è detto che tu abbia scelto quelle giuste.
E insomma, questo bambino scoprirà la vita attraverso tre paia di occhi: i suoi, e quelli di due genitori amorevoli. Ma ad un certo punto, inizierà a credere solo ai suoi. E dopo un po’ e per un po’, smetterà di credere anche a quelli. Smetterà di credere ai suoi occhi, quando cominceranno a lacrimare, e lui non saprà perché. Quando la bellezza della vita sarà così forte da colpirlo al petto, lasciandolo senza respiro, a commuoversi dello spettacolo del suo primo bacio, dell’alba, dell’innamoramento, della vittoria. O quando le brutture della vita lasceranno un solco profondo nella sua anima, simile alla scia che lasciano le lacrime sul viso, ma indelebile.

Quel bambino ha tutta la vita davanti e, pur così piccolo, ha già un passato.
Un po’ lo invidio, perché ha ancora tanti errori da poter fare, tante carte da giocare, tanto mondo da guardare. E un po’ mi fa tenerezza, perché vorrei preservarlo da quei momentacci che “per sua natura, normalmente attirerà”, ma non potrò.

Forse è a questo che servono i bambini: rivedere in essi il proprio passato, cercare di offrire loro un futuro migliore, e la possibilità di scegliere.
Non piangere più, piccolo. La vita è ancora qui, tutta per te.

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3 commenti

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3 risposte a “Non abbiam bisogno di parole

  1. Erica

    Hai scritto usando dei cliché.
    Si capisce che non hai figli.
    Però, trovo vera l’espressione “pur così piccolo, ha già un passato.”
    Ogni bambino ha già oggettivamente un passato, che sia fatto di giorni, di mesi, di pochi anni o solo di un’ora, è un passato significativo; se pensi, per esempio, alla prima ora che un neonato trascorre in questo mondo: ha già nel suo passato la vita intrauternia, quando allora si chiamava feto, e ha già vissuto la traumatica esperienza del parto, e chissà cos’altro poi. Ma forse ciò che intendevi, e che a me piace come osservazione, è il fatto che ogni bambino ha un passato che non conosce ma che ha ereditato. È una briciola o una parte più consistente del passato di chi si occupa di lui, di chi quel passato l’ha vissuto veramente.
    Bambini che vivono angosce ingiustificate. Bambini che mostrano atteggiamenti immotivati, sentimenti che non dovrebbero appartenere loro…

  2. Devo ringraziarti per questo scritto.
    Si, desidero farlo.
    Mi ha riportato indietro a quando ero io, una bimba,
    Con delle piccole mani.
    Talmente piccole che si attorcigliavano intorno a dito indice dl mio papa’.
    E sorrido.

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