Chiamatemi Ismaele. Che devo chiedergli una cosa…

La letteratura, la storia e le consuetudini ci impongono di pensare che lo scrittore debba essere maledetto. Una persona che non ha altro talento che scrivere, ma che per farlo, ha bisogno di essere un reietto, un emarginato, un violento, un iracondo. Comunque un deviato.
Pensiamo a Hemingway ubriacone, a Bukowski che nella sua vita non si è mai fatto mancare un vizio, ad un Wilde amante dei piaceri, lussuria in primis.
L’esagerazione, l’esasperazione, l’assoluta mancanza di moderazione ha reso immortale il loro genio e le loro opere.
Come se per poter scrivere veramente, dovessi scavare fino al fondo della normalità, esplorare gli antri del disordine umano, familiarizzare con il mostro invisibile dentro te e dentro gli altri, ed uscire vincitore. Ma a che prezzo? Spesso, gli orrori che vedi provano a trascinarti in fondo, nel baratro. Allora, o sei molto forte, o cerchi di aggrapparti alla vita nell’unico modo che conosci: infliggendoti dolore per sentirti vivo. Alcol, droga, sono solo delle armi per non affondare nella disperazione di chi ha capito che tutto ciò che ci circonda è finzione. È un cartonato, messo ad arte per prenderci in giro. Quello che chiamiamo vita è un palcoscenico, con un regista annoiato e senza pubblico alla premìere.
Ci sono due modi per venire fuori da tanto dolore: scrivere è il meno doloroso. Scrivere ti può salvare, elevando il tuo spirito al di sopra del bene e del male. Sei la voce narrante. Non sei nella storia. Sei la storia, colui che la racconta e la decide e la pilota. Sei artefice del destino dei tuoi personaggi, anche se a volte li subisci, a volte pensi che la trama vada avanti da sola, e tu ti limiti a guardare dall’alto e trascrivere ciò che vedi. A volte.
Ma il più delle volte riesci a controllare, ed è una sensazione piacevole. Perché non sei in grado di farlo con la tua vita, ma coi personaggi è diverso. Loro sono un’estensione della tua personalità. Sono tuoi figli, in qualche modo, e per loro vorresti sempre qualcosa di grande, qualcosa di più. La verità è che hai sempre saputo a cosa fossero destinati, fin dal momento in cui hai dato loro un nome.
Perché i nomi sono importanti. Anche nelle storie. Soprattutto nelle storie!
Pensa, per esempio, se quel famoso libro fosse cominciato: “Chiamatemi Filippo”. Non ha la forza narrativa del nome Ismaele. Senza nulla togliere a Filippo, che probabilmente non seguirà mai un’enorme balena per i sette mari, ma potrebbe essere il marito di Maria nella prossima storia. Perché Filippo è un nome da marito, un uomo coi piedi per terra e la testa sulle spalle, uno che dà sicurezza. Maria è la moglie per antonomasia, quella che riesce a gestire tutto il peso dell’essere donna e moglie e mamma allo stesso tempo.
Giovanni, o Jack, sono due saltimbanchi. Li metti in un libro per strappare un sorriso al lettore, perchë di sicuro combineranno qualcosa di pazzo o divertente.

Ma lo scrittore maledetto, dicevamo. Sono cresciuto nella convinzione che, finché avessi avuto il fegato ancora in buono stato, non avrei scritto nulla degno di nota. Che io non sia riuscito finora, nonostante il mio fegato non sia smagliante, è una prova di quanto mi sbagliassi.
Lo scrittore è una persona che ha paura. Paura di restare sola. È la persona più sola che conosca, ma riesce a circondarsi di storie, di fatti, di nomi che diventeranno suoi. Lo scrittore diventa sempre più avido, la sua sete non si placa; dopo la prima, ha bisogno di scrivere una seconda, e poi ancora una terza storia, e così via. Lo scrittore ha fame di vita, e di viverla attraverso i suoi personaggi, tramite i quali filtrare il dolore e le brutture della vita.

Il secondo modo per venire fuori da tanto dolore l’ho già affrontato in Sipario. Ed è di nuovo troppo presto (per parlarne)

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4 commenti

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4 risposte a “Chiamatemi Ismaele. Che devo chiedergli una cosa…

  1. Erica

    E poi ti chiedono cos’è la scrittura.
    Mio figlio di otto anni sta ripetendo a voce alta che la scrittura è l’evento che sancisce la fine della Preistoria e che determina l’inizio della Storia. Domani avrà l’interrogazione, di storia appunto.
    Ma io so che la scrittura è ben altro, e in fondo anche quella veloce definizione cela in sé altri significati.

    Sul pavimento della cucina aspettano stracolme le grandi borse della spesa, sembrano stanche di contenere tutto quel peso ed io devo essere pazza ad attribuire loro delle sensazioni. Invece no, il mio livello di follia credo sia nella norma, è tutta colpa della scrittura, tutta colpa di Hemingway direbbe qualcuno, ma questa è un’altra storia.

    Poco fa mi aggiravo nelle consuete corsie del solito supermercato e sebbene fossi di corsa, è accaduto anche questa volta. Del resto sono sempre di corsa e accade sempre.

    Riempio il carello con le solite cose senza consultare la lista della spesa che è diventa oramai una proforma, perfettamente inutile, alla fine si rivela essere sempre sottodimensionata. Conosco la disposizione dei prodotti, la sequenza delle corsie, i volti delle ragazze al banco dei salumi, quelle delle commesse e dei ragazzi che sistemano bancali di roba sugli scaffali. A volte ci salutiamo con un “Ciao”. Tra la prima e la seconda corsia, passando quindi dal reparto ortofrutta alla pasta, riso e merendine, lancio sempre un’occhiata alla piccola libreria di testa. Partendo da in alto a sinistra, vi sono i primi cinque libri più venduti nella classifica nazionale, poi un paio di titoli di cucina, qualche altro romanzo, ed infine, sull’ultimo ripiano, libri per ragazzi e bambini. Quella visione mi regala un briciolo di gioia, indipendentemente da titoli e autori. E’ semplicemente bello vedere libri anche e soprattutto in un discount.
    Poi, anche quando l’inconscio non vuole, eccola lì una signora apparentemente normale, ordinaria, ma con qualcosa che colpisce la mia attenzione concentrata sulla visualizzazione della dispensa e del frigo di casa. Con la coda dell’occhio la osservo e intanto la colloco in un potenziale racconto. Se ne incrocio lo sguardo, il racconto diventa un romanzo.
    Oppure un uomo che vaga seguito da un ragazzo, sono le prime ore del pomeriggio, dove andrà un uomo con un adolescente appresso, a quell’ora? .
    È tardi, devo finire di fare la spesa, mi dirigo alla cassa, scelgo quella con meno fila d’attesa,
    svuoto il carello sul nastro trasportatore ed eccola lì, oggi quella commessa che conosco di vista, una ragazza sui trent’anni, ha il trucco nero sbavato, sospira senza tanto nascondere il disappunto, la fatica, il peso… Di cosa? Di quel lavoro? Della vita che non le piace? Dei sogni che vede sempre più sfuggenti?

    Cosa ci sarà dietro a quell’ordinaria signora, a quell’uomo smarrito con a fianco un adolescente, alla commessa triste? Quali vite potrei portare alla luce scrivendo di loro?

    Pago con il bancomat, non sbaglio il pin, finché la cassiera strappa scontrini, io ho già riempito i miei borsoni, quelli che porto sempre nel baule dell’auto, ricarico il carrello con la spesa imbustata ed esco dal supermercato giusto in tempo per recuperare mio figlio.
    Tutto bene, ma c’è quella vaga sensazione d’incompiutezza, di aver lasciato andare una potenziale occasione, di non aver colto qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi importante, un piccolo fastidioso nodo alla gola che non se ne va nemmeno deglutendo energicamente.

    La vita ti sommerge d’incombenze, di doveri, di priorità, e la tua voglia di scrivere, di scrutare, di analizzare, di fantasticare, diventa, col passare del tempo, un vero e proprio bisogno, spesso negato.
    Poi ti ritagli un tempo, uno spazio, e ti dedichi finalmente alla scrittura.
    Magari hai voglia di scrivere di qualcosa di bello, che ti faccia stare bene, che ti faccia un po’ sognare… Prendiamo per esempio: la leggerezza.
    Ho una chiara idea di cosa sia la leggerezza, penso ad una possibile trama di un racconto e mi ritrovo a scrivere dell’esatto opposto: per scrivere della leggerezza mi rendo conto che ho bisogno di far emergere la pesantezza che ha caratterizzato la vita, di chi? Mia, del protagonista… poco importa.
    E così devo affrontare anni di piombo, che solo ora mi sembrano tali, per riuscire a far librare un volo.

    La scrittura è un mare al mattino, alle prime luci del giorno quando sul bagnasciuga intonso si possono trovare piccoli tesori, detriti, immondizia, la vita e la morte, restituiti dalle onde della notte.

    “Scusa la domanda, ma è autobiografico?”.
    “Davvero ti è accaduto?”.

    Ed io mi chiedo: “C’era proprio bisogno di portare a galla tutto questo?”.

    Erica

  2. Erica

    Alla prima lezione di scrittura creativa il maestro esordì citando Nietzsche che definì l’arte, e quindi anche la scrittura, come addomesticamento artistico dell’orrore. Con orrore Nietzsche si riferisce all’esistenza, alla vita.
    Citò poi la mitologia greca, re Mida, che disse che per l’uomo il meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che ha avuto la disgrazia di nascere, il morire subito.
    Passo poi rapidamente allo Zibaldone di Giacomo Leopardi che racconta la tragicità dell’esistenza.
    Pochi esempi tra i tantissimi possibili che affermano ciò che tu dici: “Ci sono due modi per venire fuori da tanto dolore: scrivere è il meno doloroso.”

    Scrivere per rendere migliore il mondo, per rendere la vita meno difficile, meno dolorosa.
    Scrivere per rivelare qualcosa. E da qui si evince che non si scrive mai per se stessi, perché una rivelazione a noi medesimi non avrebbe senso di essere messa per iscritto.
    Mi vengono in mente frasi e scene di struggenti film in cui vengono scritte lettere che iniziano con “Non leggerei mai queste mie parole, ma nel caso remoto che…”.
    Ovviamente, in quei film, la lettera in questione viene casualmente trovata e letta proprio dalla persona a cui era indirizzata.
    Questo facciamo: scriviamo affinché qualcuno legga. E solo quando uno scritto viene letto, esiste.
    Per cui: “Giù la maschera, scrittore!”

    E

    • Uno dei miei primi scritti era una lettera. Una lettera al me del futuro. L’avevo scritta per me, anche se in realtà era un altro me.
      Forse hai ragione tu, scriviamo per gli altri.
      Ma è solo scrivendo che parliamo veramente com noi stessi.

  3. Erica

    Percepire la sensazione che tutto scivoli via.
    Voler fermare il tempo, gli eventi, la vita, un istante…e scrivere.
    Scrivere di una piccola frazione di vita affinché qualcuno condivida.
    Qualcuno, anche solo l’io ritrovato.

    E

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