Entropia

Non ho mai sopportato quelli che hanno le case perfette, in ordine, senza un dito di polvere sui mobili, coi tappeti che sanno di appena lavato, il bagno lucido e i lavelli asciutti. Sembrano le case finte che si trovano nei negozi di mobili! Ma non sono affatto case vissute.

Prendi casa mia, per esempio. Intanto, se vuoi entrare, devi chiamarmi al telefono quando sei fuori dal cancello, perché il citofono è rotto da due anni. Appena ti apro il cancello, arrivi alla porta e devi scostare la ragnatela per suonare il campanello, stando attento a non schiacciare uno dei mille insetti che strisciano, si arrampicano o volano da quelle parti. Una volta dentro casa, riconosci subito quel piacevole e caratteristico odore di piatti sporchi lasciati a marcire nel lavandino, perché la sera non c’ho cazzi di lavarli, ma soprattutto perché, se sei mio ospite, sei mio amico, ed io non mi formalizzo, non laverò certo i piatti perché arrivi tu! Se sei fortunato, nessun gatto ti si struscerà sulle gambe per darti il benvenuto, ma nessuno può essere così fortunato da evitarne 3 su 3. Sarai sorpreso da come il disordine abbia una propria coerenza intrinseca, di come tutto sia incastrato alla perfezione, pur nella sua imperfezione. È un chiaro esempio di entropia.

Ti farò accomodare sul divano, se non è già occupato dai gatti o dai libri; ti offrirò da bere un buon pinot grigio, e, da bravo padrone di casa, ti chiederò di non far caso al disordine (è impossibile, ma  tu, da bravo ospite, mentirai sul fatto che casa tua è anche peggio).

Non sono una persona che ama particolarmente il disordine, anzi.

Non è una mia scelta, vivere così. È che semplicemente le cose, in casa mia, si muovono. Io non ci sono mai, sto fuori per lavoro dalle 8 alle 20, ma misteriosamente le cose che alle 7:59 erano in un punto, alle 19:59 sono irrimediabilmente in un altro.

“Saranno i gatti”, penserai. E l’ho pensato migliaia di volte anch’io, non fosse che loro sono l’unica “cosa” che rimane ferma esattamente nello stesso punto in cui l’ho lasciati la mattina. Allora lì mi è venuta in mente la teoria del complotto. Loro aspettano che io mi tiri la porta dietro le spalle, salutandomi con occhi svogliati, con uno sbadiglio accompagnatorio. Appena sentono il rumore della mia macchina che si avvia: lo sanno per esperienza che rientrerò in casa almeno altre due volte, perché avrò dimenticato qualcosa di importante per andar via (tipo le chiavi della macchina). Appena svolto l’angolo della strada di casa, sono sicuro che loro siano già lì, intenti a pianificare i disastri che combineranno nel corso della giornata. Me li figuro lì, che si dividono i compiti, come soldatini diligenti. “Tu prendi quel mazzo di chiavi lì e lo porti sotto al letto in camera; tu invece sparpaglia le bollette non pagate impilate su quel tavolo; io mi dedico a scambiare l’ordine dei libri e lecco qualche padella sporca. Ci vediamo tra 10 minuti per il rendez-vous”.

È Skippy che parla, il vero capo della banda. Gatto carismatico da 7 kg, terrore dei gatti del vicinato; terrore del vicinato in generale. Rimane in casa 12 ore al giorno, finché non ci sono. Ma quando rientro, e lo torvo lì sul divano con l’occhietto pigro, lo stesso che mi aveva accompagnato alla porta la mattina stessa , aspetta a sincerarsi che io mi lamenti del casino in casa. Poi, soddisfatto, se ne va. Monta la guardia notturna, stabilendosi perentorio sul tetto della mia macchina, a guardare le stelle, la luna e la strada. Strano tipo, lui. Uno di quei gatti che non hanno bisogno di coccole; gli basta solo sapere che ci sei, che sei tornato, che la casa è in buone mani – o che comunque non sono più affari suoi. Nei rari momenti in cui chiede attenzione, ti si scaglia addosso con la dolcezza del suo peso, e comincia a ciucciarti la maglietta e ad impastarti con zampe che ricordano le braccia dei contadini, per via della forza e della peluria.

Guardo sgomento il disordine in casa, sembra sia passato un uragano dispettoso, che prima di devastare tutto si sia impietosito, e ha lasciato solo un gran casino, lì per me. Il primo pensiero è quello di sistemare, ma dopo una giornata di lavoro è anche faticoso mettersi lì e continuare a lavorare.

Per cui opto per la scelta più economica: lavo i piatti e le padelle che mi servono per cucinare, cucino, metto tutto nel lavandino e mi incastro sul divano in mezzo agli altri due gatti. Gatti che nel frattempo non hanno fatto a meno di farmi notare che hanno fame, strusciandosi sulle gambe e facendo le fusa vicino al cassetto dei croccantini.

Ora dimmi tu, caro ospite, cosa devo fare per avere una casa come la tua. Ma soprattutto, dimmi: perché dovrei farlo? Perché dovrei avere una casa pulita e immacolata, se poi non ci vivo dentro? Per chi sistemo? Per gli ospiti? Per i ladri?

Che poi il disordine ha anche una valenza protettiva; metti il caso che vengano i ladri, troveranno tutto a soqquadro, e penseranno che qualcuno li ha già preceduti; così andranno via a mani vuote, tra le risate dei miei gatti, che si fanno beffe, per una volta, di qualcuno che non sono io…  

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2 commenti

Archiviato in Su di me

2 risposte a “Entropia

  1. newlifebegins87

    Sai prendere con molta più ironia il tuo disordine di quanto non riesca a fare io con il mio, sarà che tu puoi pensare ai complotti dei tuoi gatti mentre io, non avendo animali (purtroppo) devo accollarmi la colpa del mio caos. Però mi piace, mi ci sento a mio agio e trovo quello che mi serve (dopo una buon ora di ricerca). Grazie per aver esalto la bellezza del regno dell’entropia con un sorriso che nasconde ben più della semplice autoironia.

    • Ironia, o forse rassegnazione ad uno stato di cose che non posso, ma non voglio neanche, cambiare! Che se alla fine le cose le trovi, vuol dire che puoi ancora vivere dentro quell’entropia!
      Grazie mille per il commento…

      PS: stamattina Skippy mi ha guardato di sfuggita ed è uscito dalla porta. Sono quasi sicuro che abbia letto anche lui il mio post!

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