Distinguersi o estinguersi

Ricordate ancora la storia del camaleonte che non voleva cambiare colore? Se non ve la ricordate, andate un post più giù (prima o poi userò gli hyperlink, promesso!). Se invece la ricordate ancora, ecco per voi il resto.

Il camaleonte cominciò a vedere pericoli e nemici ovunque, anche lì dove non ce n’erano. Qualsiasi animale lo guardasse negli occhi, suscitava in lui un misto di paura e vergogna. Era stato abituato, fin dalla tenera età, a scrutare senza essere visto, a nascondersi nei colori che non gli appartenevano, spiare il mondo nelle sue mille sfaccettature, belle e brutte, ma sempre da un luogo protetto, il suo non colore. A quel punto, aveva paura di essere giudicato da tutti. Temeva tutti gli animali in egual modo, ma c’era un pensiero, in lui, che gli suscitava più angoscia di tutti i pericoli sommati tra loro. Era la paura che altri camaleonti lo stessero guardando, nascondendosi, come lui aveva fatto con gli altri animali. Aveva paura di essere diventato lo zimbello di tutti i camaleonti. La sua ribellione, nata per distinguerlo nel bene, aveva fatto sì che fosse un emarginato. Era rimasto solo, man mano che procedevano i suoi esercizi per mantenere ferma la pigmentazione della pelle i suoi vecchi amici non lo riconoscevano più come appartenente al gruppo: lo evitavano, lo schernivano, e dopo un po’ lo ignorarono. Almeno apparentemente. Perché lui era sicuro che, di nascosto, lo stessero ancora osservando.

Tutti i suoi movimenti erano spiati da piccoli occhietti invisibili, le sue avventure raccontate da voci troppo basse per essere sentite da lui.

Imparò a fare affidamento solo su se stesso. Dovette imparare; constatò che se proprio vuoi innalzarti al di sopra degli altri, non troverai nessuno sotto di te, pronto a sorreggerti appena cadrai. Perché cadrai per certo. Il camaleonte cadde cento volte, e cento volte si rialzò, sempre più deciso, sempre più solo. Ma era talmente convinto di essere nel giusto, che pensava che tutti gli altri si sbagliassero, che gli altri fossero i pazzi a condurre una vita già tracciata, già segnata. Si indignava, perché lui, che aveva osato sfidare la Natura, che aveva avuto il coraggio, e si era preso la responsabilità delle proprie azioni, proprio lui, così tenace e fiero, era stato abbandonato dal mondo. Non riusciva a capacitarsi perché tutti quelli che fino ad allora lo avevano ‘sostenuto’, avevano promesso il loro amore, giurato la loro stima, erano spariti tutti, nel preciso istante in cui lui aveva deciso di abbandonare la strada già battuta millenni prima di lui.

Smise di credere nell’amicizia, smise di credere nell’amore; e ogni briciolo di fede che riponeva in meno negli altri, si accumulava nella fiducia che riponeva su se stesso.

Fino al punto di impazzire.

Cominciò a credere di essere onnipotente: il più brillante, il più intelligente, il più versatile e forte, colui che viveva ogni giorno sfidando i pericoli, colui che aveva dovuto imparare a cacciare senza mimetizzarsi. Aveva anche  imparato a convivere con l’orrore disegnato sugli occhi delle sue prede, che non avevano mai visto un camaleonte prima, e che sentivano già l’alito fetido della morte su di loro. E anche con gli occhi dei predatori che, al pari delle prede, non avevano mai visto un camaleonte.

Un giorno, mentre si arrampicava su un albero, e non cambiava colore, vide levarsi in cielo un falco. Il primo pensiero fu ‘come vorrei essere libero come lui, senza nessuno che lo guarda dall’alto, o di nascosto, senza predatori, e con le prede che lo vedono arrivare solo all’ultimo istante, e non hanno neanche il tempo di provare paura, che sono già passate a miglior vita’. Il secondo pensiero fu sfidarlo. Decise di cambiare colore, non per mimetizzarsi, bensì per rendersi più evidente. Il falco, che non l’aveva degnato di uno sguardo (non aveva mai visto un camaleonte in vita sua, quindi non lo riconobbe come preda), appena si accorse del repentino cambio di colore, si gettò in picchiata sul camaleonte. Furono degli istanti molto intensi: il camaleonte fissava lo sguardo sugli occhi del falco. La preda diventava predatore: il falco fu spaventato da tanta insolenza, nessuna preda l’aveva mai guardato dritto negli occhi. Coì, invece di afferrarlo in picchiata, si posò sul ramo accanto al camaleonte, e rimase ad osservarlo.

Fu una scena epica.

Altri camaleonti (che, come il nostro protagonista sospettava, erano rimasti a spiarlo di nascosto) apparvero, e guardarono la scena increduli. Quel camaleonte aveva davvero coraggio. Stava impettito di fronte al rapace più feroce e sanguinario che esistesse, lo guardava dritto negli occhi senza paura. Anzi, qualcuno giurò di aver visto balenare un sorriso sulle sue labbra. Un sorriso di sfida, uno sguardo acceso di pazzia.

Il falco vide tutti gli animali che si riunivano intorno, ad osservare la scena. Capì che la sua posizione diventava difficile: nessuno l’aveva mai visto vulnerabile. Così, dopo averci pensato qualche istante, si levò in volo. E portò il camaleonte via con lui.

 

Nessuno seppe che fine fece il camaleonte. Molti giurarono di averlo visto ribellarsi, tra gli artigli del falco. Altri ancora dissero che non si era mai vista una preda comportarsi in modo tanto fiero, da non cacciare nemmeno un urlo.

Altri, come il sottoscritto, pensano che quel camaleonte sia ancora vivo, da qualche parte. E che sia tornato a mimetizzarsi, per fuggire da se stesso. 

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