Di centauri, cavalieri, ed altre creature mitologiche

Era un anno che non guidavo una moto. Un lungo anno rinchiuso dentro una scatoletta di metallo, che si ostinano a chiamare macchina. Lì dentro, per respirare, devi aprire i finestrini, ma solo fino ad una certa velocità, altrimenti si verifica una sorta di effetto paracadute, per cui la scatoletta non si muove più.

La moto, invece… beh, era come se l’avessi lasciata in garage la sera prima. Nonostante non avessi mai guidato prima quella moto, era come risalire in sella al tuo cavallo di sempre, quello che ti conosce, col quale sei cresciuto, cui hai confidato tutti i tuoi segreti. Quello che ti riconosce subito, appena ti avvicini alla stalla, ed incomincia a scalpitare, impaziente di essere cavalcato.

La moto è questo. È un’amante paziente, ti aspetta per sempre. Non importa quanto lontano tu possa andare, perché tanto tornerai da lei, prima o poi; e fino ad allora, desidererai solo tornare. Non ci sono matrimoni, figli, mogli, amanti che tengano. La moto rimane lì, in cima alle tue passioni.

E poi… tutti i centauri hanno festeggiato con me il mio ritorno, salutandomi col pugno, col segno della vittoria, coi fari, col clacson. Ogni centauro che ho incrociato nel mio cammino, mi ha dato il bentornato, come se avessero sentito tutti la mia mancanza, la mancanza delle mie pieghe, delle mie sgasate, delle mie partenze a razzo al semaforo. Come fossero tutti spettatori del mio giro veloce.

Perché è questo che si fa, quando si è centauri. Ci si lancia sempre in un giro di qualifica, in cui l’avversario – non voglio farla tragica, ma è così! – è la Morte. Riesci sempre a vederla lì, le dita intrecciate. Non ha la falce adamantina, ha un casco. Vuole fare un giro con te, essere sempre il tuo passeggero. Ché tu pensi di essere in moto da solo, ma non lo sei mai. Lei c’è sempre, silenziosa; le senti le sue dita fredde che ti stringono più forte quando fai una piega estrema, o una frenata all’ultimo istante, o una partenza bruciante. Lei si tiene stretta e non ti molla, ricordandoti che è lì con te, e sarà lì con te fino all’ultima curva, e fino all’arrivo, o traguardo, chiamalo come vuoi.

Quante volte mi è capitato di pensare, in sella, nel fruscio del vento, con la strada che scorreva dritta davanti a me, il sole alle spalle si all’andata che al ritorno. Pensare a tutto, parlare con me stesso, cercare e trovare rivelazioni.

L’ultima rivelazione, sulla Bologna-Venezia, quasi all’altezza di Mantova nord. Su quella scriverò un altro post.

moto2

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