La sindrome dell’ultimo capitolo

Io sono un gran lettore. Divoro libri, fumetti, riviste, a volte flaconi di shampoo e bagnoschiuma, etichette dei cibi, libretti d’istruzioni.  Tutto. Ovunque ci sia scritto qualcosa, il mio occhio, ma ancora prima il mio cervello, si sofferma e ha già deciso che non posso abbandonare quel pezzo di carta, neanche fosse un post-it dimenticato per terra, o un volantino di chissà quale centro commerciale.

Non ho una volontà mia. È il cervello che decide autonomamente. Che decide che devo leggere per forza. Costringendomi, di fatto, anche a piegarmi per raccogliere la carta da terra, o allungare il braccio verso la vasca da bagno, dove risiedono i bagnoschiuma nuovi, che non ho ancora letto. Perché poi sono anche un lettore esigente: non voglio leggere due volte la stessa cosa. Tanto la conosco già. Sono sempre stato così, fin da piccolo. A me basta leggere tutto una volta, ed è impresso per sempre nella mia mente. Ove per ‘sempre’ si intende per i prossimi 2-3 anni, poi tendo a far spazio alle cose nuove, come il mio cervello fosse un archivio troppo piccolo per tutte le informazioni che provo a metterci dentro.

Questa mia mania per la lettura, però, ha un limite. Un limite a volte invalicabile, insopportabile, tedioso, ma che non mi viene imposto dall’esterno. Insomma, è come se fosse una mia decisione, ma, anche in questo caso, non sono io a decidere, come non sono io a decidere cosa leggere e quando leggerlo.

Per qualche losco motivo, quindi, non riesco mai – a meno di sforzi pantagruelici – a leggere l’ultimo capitolo, o l’ultima pagina, o l’ultima tavola.

Mi sono chiesto spessissimo il perché, dandomi ogni volta spiegazioni meno plausibili, e più fantasiose. Una delle più plausibili è che ho paura di sapere come va a finire. Il che è assurdo, perché se si trattasse di un libro giallo, o di un romanzo di quelli che ti tengono attaccato alla sedia, potrei quasi capirlo e giustificarlo. Ma il volantino dell’Euronics?! Teoria bocciata, dunque. Una seconda teoria è che, poiché non voglio rileggere due volte lo stesso libro/volantino/scatola di cereali, mi conservo qualche paragrafo/pagina/riga di margine, nel caso un giorno dovessi imbattermi nuovamente nello stesso oggetto di lettura: potrei sempre leggere la parte che non ho ancora letto.

Un’altra teoria, piuttosto edificante, è che – come dice il nome del mio blog – sono così pigro che non riesco a portare a termine la lettura. Qui non c’è niente da spiegare, è un dogma, un dato di fatto. Non so se il motivo, o uno dei motivi, sia realmente questo, ma sicuramente è uno dei più plausibili.

Quale che sia il motivo, ho chiamato questa mania “sindrome dell’ultimo capitolo”. Perché questo problema non è solo relativo alla lettura. Mi succede in tantissimi casi.

Nello studio, per esempio, l’ultimo capitolo non lo leggo mai. Ah, dite che è la stessa cosa, perché riguarda sempre la lettura? Allora facciamo un altro esempio: l’ultimo boccone del pasto, l’ultima goccia della bevanda, gli ultimi secondi a Ruzzle, le ultime mani a Monopoli. Forse è un rifiuto di portare a termine qualcosa che si protrae troppo a lungo nel tempo.

A volte mi succede anche coi post, che mi interrompo così

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