La paura del giudizio

Quanto hai in pagella? Quanto corri veloce? Quanto tempo riesci a trattenere il fiato? Quanti chili riesci a sollevare in palestra? Quanto ce l’hai lungo?

Chiunque abbia più di 7 anni, si sarà sentito porre domande come queste, insieme ad altre più specifiche, altre meno dettagliate, ma tutte tese ad un obiettivo: sapere, in una scala di valori più o meno arbitraria, qual è il tuo posto; in una parola, il giudizio.

È una parola di origini latine, che, per amore di semplicità – ma anche perché questo blog vuole essere un gioco, non una scuola –  non andrò ad eviscerare in tutte le sue possibili connotazioni. In questo momento ci basta sapere cosa intendiamo per giudizio. Un giudizio, a parere di chi scrive, è un valore al quale siamo posizionati, da altri, in una scala di valutazione, in merito ad uno o più oggetti.

Da quanto affermato, si evince che non potrebbe esistere IL giudizio, ma solo UN giudizio. Ancora meglio, tanti giudizi, quanti sono gli oggetti alla base di queste scale di valore. Quindi il primo paradosso del giudizio è che non può e non deve essere unico.

Andiamo alla scala di valori. Una scala indica un percorso tra due punti estremi, uno iniziale ed uno finale, cui viene attribuito un valore; da chi viene attribuito? È arbitrario: dipende dalla scala, dall’oggetto della scala, dalle finalità del giudizio. Quindi è arbitrario al cubo. In questo percorso tra i due punti estremi, di individua un delta, che viene individuato come grandezza standard che procede all’interno della scala, dall’estremo più basso all’estremo più alto. Anche questo delta (leggi ‘discriminante’) è arbitrario. Siamo alla quintessenza dell’arbitrarietà.

Andiamo sul versante pratico. Supponiamo che io debba essere giudicato per la mia abilità nel suonare la chitarra. Determiniamo tutti i soggetti necessari a questa valutazione. In primo luogo, ci deve essere colui/colei che valuta. Questa persona (ma potrebbe essere anche una commissione, o un’istituzione, ai nostri fini non cambia) dovrà adottare un criterio o metro di giudizio, valutando la mia performances. Quindi in primo luogo, chi giudica deve conoscere la materia oggetto della valutazione. È impensabile che un sordo possa essere chiamato a giudice di una gara di canto. Con tutto il rispetto per i sordi, non mi venivano metafore più azzeccate. In secondo luogo, chi giudica deve utilizzare un metro di giudizio. Stabilire il punto più basso e il punto più alto nella scala di valori, in cui inserire la performance che io sto per eseguire.

Oltre a chi giudica, c’è ovviamente chi deve essere giudicato; in questo caso io; l’oggetto del giudizio è una performance con la chitarra, per cui ci dovrà essere anche una chitarra. Ora, se la chitarra debba essere costruita rispettando determinati canoni, o piuttosto essere fornita dal giudice, per garantire imparzialità, e l’impossibilità che io bari, utilizzando una superchitarra che si suona da sola alla perfezione, sono tutte variabili che si possono prevedere e normare.  Che io possa eseguire la mia performance in un modo, piuttosto che in un altro, perché quel giorno sono particolarmente nervoso, oppure ho male ad una mano, o non riesco a sentire la chitarra, oppure ho litigato con qualcuno, o ancora mi hanno dato una chitarra cui non sono abituato, per forma, dimensioni, sensazioni tattili…

Insomma, un giudizio dovrebbe tenere conto di tutto questo, e poi uscirne super partes.

Parliamone. Non c’è niente di più personale, transitorio, aleatorio e compromettente di un giudizio.

È personale perché è espresso da una (o più) persona, transitorio perché può variare nel tempo, ed è comunque relativo al momentaneo oggetto del giudizio, aleatorio perché l’oggetto del giudizio, in quel momento, potrebbe essere affetto da qualsiasi evento che ne modifichi il normale ‘comportamento’. Infine, compromettente, perché un giudizio, sebbene non sia marchiato a fuoco, ha conseguenze. E quelle conseguenze possono essere anche disastrose.

Poniamo il caso che chi deve giudicare la mia performance con la chitarra sia il recruiter del conservatorio. Quella mattina si è alzato dal letto, è scivolato sulla pattina, cadendo violentemente sul sedere. Si è alzato e ha fatto colazione, ustionandosi con il latte. Si è vestito, ha rotto il laccio della scarpa mentre l’allacciava, e ha dovuto cambiare scarpa all’ultimo minuto. Magari ha dovuto anche cambiarsi del tutto, perché aveva solo un paio di scarpe nere, e quelle marroni che mette in sostituzione, stanno male col vestito nero che aveva indossato. Arriva al luogo pattuito per l’incontro, e non trova parcheggio. Così cerca parcheggio più lontano. Magari piove. Arriva al conservatorio e ha già avuto la giornata peggiore della sua vita. E ancora non sa che gli hanno fatto la multa! Supponiamo che quel giorno io mi svegli dopo una notte a rigirarmi nel letto, per il panico. Ho preparato un paio di brani alla perfezione. Sono pronto a mostrare quanto sono bravo. Ma non ho dormito bene; mi alzo assonnato, e nella distrazione, mi ustiono un dito della mano sinistra, procurandomi una bolla. Vado in paranoia, perché quel dito mi servirà per suonare. Farò una figura di merda, nonostante tutta la mia preparazione.

Arrivo al conservatorio in ritardo, perché sono passato in farmacia a chiedere la pomata miracolosa che può salvare la mia performance. Chi mi giudicherà, mi sta aspettando da tempo. Non ho modo di avvisare, perché stanotte a casa è andata via la luce, e il telefono non ha fatto in tempo a caricarsi. Mi fermerei in una cabina, ma perderei più tempo a trovarne una che funzioni, che non a recarmi sul posto senza avvisare. Finalmente arrivo in ritardo, il dito ustionato, la pomata che non ha fatto effetto. Mi accomodo. Mi viene fornita una chitarra con il ponte alto, le corde molto dure. Suono meglio che posso, con tutti gli ostacoli del caso, ma la performance non è delle migliori. Così prego il mio giudice di capirmi, ma ovviamente lui, stante il mio ritardo, e la giornata di merda che ha avuto, non vuole sentire ragioni: non entrerò in conservatorio.

Avrò un’altra occasione il prossimo anno.

Questi avvenimenti ti segnano la vita. Non tanto per l’anno che hai perso (in qualche modo puoi recuperarlo), ma perché da quel giorno in poi, avrai ancora più paura del giudizio, di quello che può succedere prima e durante e dopo il giudizio che ti verrà dato, e che inevitabilmente avrà un peso su di te, sulla tua vita.

 

Quindi io propongo di eliminare i giudizi; almeno quelli estemporanei. Propongo di delineare insieme una scala di valori sulla quale basare il giudizio finale; giudizio finale che deve tenere conto sia dei giudizi intermedi che di tutte le variabili oggettive e soggettive che influiscono sull’oggetto del giudizio. Infine, questo giudizio dovrebbe essere condiviso tra giudicante e giudicato, e deve essere possibile discuterlo. Solo a quel punto, il giudizio diventa definitivo, ma ha una validità nel tempo. Per esempio, il voto del diploma vale ai fini dei concorsi sostenuti nei due anni successivi, ma non dopo 3 anni, quando si presume che il valore aggiunto della  persona non siano più i punti che ha preso 3 anni prima, ma ciò che ha realizzato nel frattempo. Tutto diventerebbe più difficile da dimostrare, ma allo stesso tempo, diventerebbe più umano, più comprensibile, meno compromettente, mai definitivo.

Potreste non essere d’accordo con quanto scritto. Ma ve la sentite di giudicarmi, per questo? 

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