COMA (1999)

UNO

…Era un pomeriggio come tanti altri, i Blink risuonavano per tutta la mia casa destando i vicini più dormiglioni. La casa era a posto, tutto rassettato per le maledette feste natalizie, e con disgusto mi preparavo all’ennesimo scempio delle festività. Devo dire che non sono tanto di buon umore quando mi sveglio, e si dà il caso che mi ero appena svegliato quando telefonò una mia ex. Piangendo, mi chiedeva di uscire con lei, facendo di tutto per farmi sentire in colpa adesso, dopo tre mesi che l’avevo lasciata e dopo le conseguenti 90 telefonate, una al giorno cazzo. Questa volta ero più che deciso a mandarla a quel paese, quando all’improvviso successe qualcosa che mi fece sviare dal mio iniziale proposito. Bussarono alla porta. Aprii. Era il postino. Recava in mano un telegramma, e con stupore, o qualcosa di molto approssimato, appresi della morte di mia madre. Ringraziai il postino e gli diedi la mancia.

Tornai al telefono e chiesi a Sandra, così si chiamava la rompiballe, di accompagnarmi al funerale di mia madre a Roma.

L’aereo partiva da Palermo alle 4:45 dalla pista centrale. Arrivai all’aeroporto alle 2 con Sandra che cercava in tutti i modi di abbracciarmi, con vani risultati, ovviamente. Mi addormentai su una panchina freddissima e sporca, ma tanto non me ne fregava niente del vestito: era la seconda volta che lo mettevo, la prima per il funerale di mio padre.

Mi svegliai sempre sulla panchina, stavolta con la testa sulle sue gambe; Sandra non si era lasciata vincere dal sonno pur di godere a pieno della mia vicinanza fisica…

Le gettai uno sguardo di scherzoso rimprovero, in realtà avrei dovuto baciarla, in realtà avrei voluto ucciderla. Mi sollevai, tutte le ossa a pezzi, e mi diressi verso il check-in con le gambe due blocchi di pietra.

Entrammo nell’aereo ed il buio sulla pista regnava sovrano; detesto volare di notte, troppo buio; però costa di meno, e in quel periodo non potevo permettermi di fare capricci. Presi quel dannato volo. 

DUE

L’aereo era una sorta di caffettiera volante del lontano dopoguerra, un trabiccolo che non vi dico. Ma ormai ero là sopra, hai fatto trenta fai trentuno, sei in ballo, continua a ballare, ma frattanto non vedevo l’ora che quel fottuto aereo atterrasse. Giunti all’aeroporto di Roma, mi precipitai per prendere le mie valige; ero infatti deciso a restare lì a Roma per un po’, con la speranza di trovare qualcosa da fare nelle mie 24 ore al giorno di tempo libero. Ero stufo di dipingere. Dovevo fare qualcosa di più.. come dire, un lavoro, ecco!

Le mie valige, ovviamente, arrivarono due ore dopo l’aereo, il che significa che probabilmente se l’erano fatta a piedi!

Ci dirigemmo verso l’uscita per chiamare un taxi; il tassista era un uomo sulla sessantina, cappellaccio lercio sulla testa sicuramente priva di capelli, ed una misera tessera di riconoscimento della società Radio Taxi. A dispetto delle immagini della Madonna e di padre Pio che teneva bene in vista sul cruscotto, l’autista dava l’impressione di sapere il fatto suo e di  fare affidamento solo su se stesso.

Gli diedi l’indirizzo giusto, ci mise un’ora a portarci sotto la vecchia casa di mia madre. Era come la ricordavo 10 anni prima, l’ultima volta che c’ero andato; ma la casa di mia madre era l’unica ad essere rimasta come una volta; tutt’intorno si estendevano nuove strade e palazzi. 

Fui preso per un attimo dallo sconforto; mi sentii vecchio, capendo che i miei ricordi erano legati a cose che non c’erano più, e che quelle cose che c’erano ancora erano solo dei superstiti.

E avevo solo 29 anni!

Sandra intanto si era addormentata in macchina, erano le 7 e non volevo svegliarla e per un attimo, devo dirlo, fui tentato di lasciarla al tassista! Ma poi la svegliai per dirle che eravamo arrivati. 

Salimmo sopra, dove tutte le vecchie zie facevano le madonne della pietà, tutte a straziarsi, come se già non fossero abbastanza brutte.

Come mi videro, subito aumentarono il volume del loro dannatissimo lamento, coprendomi di condoglianze e di lacrime e di fazzoletti e nasi sporchi.

Ero più che fuori luogo; mia madre si sarebbe vergognata di me in quel momento. Mia madre si era sempre vergognata di me, se è per questo. Proprio per questo motivo andai al funerale, per prendermi l’ultima soddisfazione, per dire l’ultima parola; tanto lei non poteva più reagire!

TRE

Sandra non condivideva il mio comportamento, ed era molto dispiaciuta per la morte di mia madre; figurati, non l’aveva mai vista prima! È assurdo quando le donne devono farti sentire in colpa, arriverebbero a negare la loro stessa essenza per il solo piacere di contraddirti.

Io odiavo le donne. E Sandra era la più donna di tutte. Nel senso che racchiudeva tutte le qualità più brutte di tutte le donne che io conosco.

E ne conosco tante.

Ve lo giuro.

Presi allora Sandra da parte per parlarle, le dissi di non fare la stronza e mi scoppiò a piangere davanti per l’ennesima volta, accusandomi di essere un insensibile e un cinico. Ero sempre più deciso a mandarla a quel paese, e subito giunse inesorabile un altro avvenimento che mi sviò da quel proposito. Dalla porta della stanza dove giaceva il bianco cadavere della donna il cui errore più grave fu quello di mettermi al mondo, entrò una delle più belle creature che Dio, ma proprio Dio in persona, avesse mai creato. Un angelo, vi dico, anche più bella di un angelo. E la mia parte razionale, non ancora emotivamente coinvolta da quello spettacolo e miracolo della natura, si chiese cosa potesse farci una simile creatura in un posto come quello.

Subito questo portento di donna mi venne incontro abbracciandomi, quasi commossa, e mi salutò chiamandomi per nome. Scoprii solo dopo alcuni abbracci e baci che era mia cugina, ovvero la figlia della sorella di mia madre. L’ultima volta che l’avevo vista aveva sei anni, adesso a occhio e croce doveva averne ventisei o ventisette.

Ed era splendida, era un lago di rose rosse, un mare di nuvole bianche e soffici che coprono il bagliore del sole quando è troppo accecante, un treno di gioia e un fiume di parole pensate e non dette, di luoghi visitati e non visti, era il suono di mille strumenti diversi, tutti lì a suonare mille melodie che si incrociano tutte in un punto che sono io.

Ero confuso, confuso da tanta bellezza, confuso dalla situazione e dal suo abbraccio così morbido e così profumato.

Anche lei mi trovò in forma, e fra me e me dissi che lasciare Sandra mi aveva proprio fatto bene. Isabella, la cugina più bella che un uomo possa desiderare, mi disse di trovarsi a Roma per una sfilata di moda, e che aveva saputo di mia madre e aveva deciso di darle l’estremo saluto. Erano andate sempre d’accordo quelle due, nessuno riusciva a separarle, o almeno così mi raccontava mio padre quando si degnava di parlarmi di mia madre. Io le ho viste insieme solo un paio di volte, ma poi, come mi raccontò anche lei, diventarono quasi come madre e figlia. Si vedevano ogni giorno, parlavano per ore ed ore, e mia madre le parlava sempre di me, dei miei progressi a scuola, delle mie tante fidanzatine e dei miei grossi debiti di gioco. Insomma, Isabella sapeva già tutto di me, nel bene e nel male, eppure era corsa ad abbracciarmi come se ci fossimo lasciati con la solenne promessa di vederci e sposarci un giorno. Parlava tutto il tempo lei, ma la cosa stranamente non mi infastidiva, anzi! La sua voce era soave, dolce, cullante, e l’accento romano conferiva quel tono di simpatia che non guastava affatto. Mi raccontò di lei, che faceva la modella da 3 anni, che aveva tutte le colleghe più giovani di lei, che aveva un marito a Firenze e un amante lì a Roma. Disse anche che aveva intenzione di lasciare il marito per sposare il suo amante, l’uomo che l’aveva fatta sfondare come modella. Mi disse di tutte le interviste che le avevano fatto, di tutti i giornali che avevano sue foto in copertina, e mi vergognai per non averne visto nemmeno uno. Le dissi che non leggevo giornali di solito, e che il telegiornale mi dava fastidio per quella mania dei giornalisti di ingrandire le cazzate e ridimensionare le catastrofi, tutto con lo stesso tono di voce, attento, ti sta scappando la tosse, pronto a dire “Scusate” al pubblico ammaestrato. Man mano salii di tono, mi sfogai quasi con questa sconosciuta che imparò subito ad apprezzare il mio lato polemico. Poi mi accorsi che stavo divagando e mi scusai, tornai sui miei passi e dopo un’eternità di tempo che ci parlavamo le presentai Sandra. Le presentai la mia ragazza. Lo so, non era la mia ragazza; ma il mio cervello malato non poteva restare al suo posto, dovevo per forza farla ingelosire, come se a lei importasse qualcosa di me. Sandra e Isabella si scambiarono quattro chiacchiere, poi ci congedammo. Dopo l’abbraccio e lo slancio iniziale, stavolta mi salutò con un solo bacio, mentre abbracciò Sandra e le disse di prendersi cura di me.

QUATTRO

Scesi giù nella strada con Sandra, il sole era già alto nel cielo e il mio stomaco reclamava tutto quello di cui l’avevo privato il giorno prima.

Andammo al bar più vicino, lei prese un caffè con lo zucchero dietetico, io presi tre cornetti e un cappuccino, alla faccia della sua dieta! Non mi ero mai sentito così pieno di energia; però mi venne in mente che dovevo scaricare Sandra in qualche modo, visto che io dovevo restare lì per un poco. Le dissi che avevo dovuto mentire a mia cugina sul nostro rapporto per evitare qualche strana solidarietà femminile contro il genere maschile.

Non capì che le stavo mentendo spudoratamente. Cercai di convincerla a tornarsene a Palermo, che io volevo restare un po’ da solo nella casa di mia madre, e la ringraziai per avermi accompagnato. Vidi subito nel suo volto l’ombra della donna tradita, quell’ombra che tante volte avevo visto e che mai mi aveva fatto quell’impressione. Di nuovo pianse. Di nuovo dovevo mandarla a fanculo.

E questa volta ci riuscii. 

L’accompagnai all’aeroporto, finsi di commuovermi mentre l’aereo accennava a decollare, e poi tirai un sospiro di sollievo al pensiero di essermela tolta dai piedi per un bel po’.

Tornai a casa di mia madre, trovai ancora le vecchie zie e i parenti che deponevano il corpo dentro alla bara. Mi costrinsero con le loro facce tristi a partecipare al funerale, il secondo della mia vita, l’ultimo prima del mio. 

Dopo una mattinata così stressante non potevo che tornare a casa di mia madre, e non mi face impressione dormire nel letto in cui, fino a poche ore prima, giaceva la salma.

CINQUE

Dormii per tutto il pomeriggio, e mi svegliai a notte fonda. La casa faceva molta puzza, non so come avessi fatto a dormirci dentro! Aprii tutte le finestre, e mi affacciai a respirare l’aria fredda di quella notte di dicembre, il Natale alle porte e l’anno nuovo che si avvicinava inesorabilmente. Un brivido mi percorse tutto il corpo, poi misi addosso una vestaglia e presi l’agenda di mia madre. Cercai prima sulla R, con il cognome del marito di mia zia, poi sulla I e lì trovai il suo numero, il numero di Isabella, scritto con una strana calligrafia, diversa da quella di mia madre, sicuramente quella della stessa Isabella.

Riuscivo a immaginarla mentre lo scriveva, quel suo modo di scostarsi i capelli che le ricadevano davanti agli occhi, e sentii il suo profumo, la sentii che diceva a mia madre “Zia, qui c’è il mio numero di casa!”.

E riuscivo a vedere la meticolosità del suo gesto, mentre richiudeva con cura l’agenda e la riponeva nel vano del telefono. Erano tutti gesti semplici eppure santi, lì nella mia mente, erano gesti puri di una donna che non invade lo spazio, lo vive.

Erano passati dieci minuti da quando avevo preso l’agenda e finalmente mi decisi a chiamarla; rispose la segreteria telefonica, speravo che fosse in casa e lasciai un messaggio per farmi rispondere o quantomeno richiamare.

Poi mi resi conto che era notte, e che magari stava dormendo, oppure era uscita con il suo amante, oppure era a letto con lui..

La gelosia mi stava rodendo il fegato, non facevo che pensare alla mano di lui che le toccava una spalla, alla sua bocca che le sussurrava qualcosa nell’orecchio e lei lì a ridere come una bambina, in un modo così genuino, vi dico.

Non potevo restare con le mani in mano, quindi per distrarmi cominciai ad esplorare la casa, notando con orrore che era stata depredata di tutto. Sistemai i miei vestiti in un armadio, scesi giù in strada per cercare un bar. Dopo un paio di isolati lo trovai, presi due cocktail, poi un terzo, poi decisi che era già tardi e feci per tornare a casa quando spuntò lei, in lacrime, e senza vedermi ordinò un doppio wiskey; mi sedetti lì vicino a lei e finalmente alzò lo sguardo verso di me. Pianse forte sulle mie spalle, mi raccontò che quel bastardo del suo amante l’aveva picchiata e lasciata  in mezzo alla strada, lei era venuta per abitudine sotto casa di mia madre ma non mi aveva trovato, poi aveva deciso di andare a bere qualcosa al primo bar che trovava. 

SEI

La portai a casa con me, lei andò in bagno a rinfrescarsi e subito riempì la casa con tutti i suoi movimenti, i suoi colori e i suoi odori. Ero più che su di giri, ero al settimo cielo, e sapevo che non era un caso che ci fossimo incontrati. Comparì un paio di minuti dopo con una vestaglietta semitrasparente dei tempi d’oro di mia madre, le stava d’incanto e mi parve un peccato lasciarla andare a dormire. Ma dovetti farlo.

Mi coricai pure io, ancora vestito, nel salotto della grande casa. Riuscii a dormire solo per due ore, poi era l’alba e preparai un caffè, decisamente il peggiore della mia vita. Lo portai ad Isabella e fu sorpresa di trovarsi lì, non ricordava niente della notte precedente, e mi chiese di raccontarle tutto. Mi confidò che era ubriaca ancor prima di venire al bar, e che il suo uomo l’aveva picchiata per questo. Le dissi che non doveva farsi piegare così, che quell’uomo non poteva permettersi di trattarla in quel modo, di lasciarla sola nella notte in una zona così pericolosa. 

Avevo già preso la mia decisione, e sapevo che lei non avrebbe approvato, ma si sa, io con le donne non ci sono mai andato d’accordo. Sapevo già dove trovarlo, quel bastardo, aveva i giorni contati.

Isabella si vestì molto in fretta, dicendo che era tardissimo e doveva correre a lavorare, come se niente fosse successo, altrimenti quello gliela avrebbe fatta pagare cara. Mi salì dalla gola un fiume di rabbia, le presi una spalla, stringendola fortissimo, e le dissi che non l’avrei fatta uscire di casa. Le stavo facendo male a furia di stringere, e mi rendevo conto che quel dolore era nulla in confronto a quello che avrebbe provato il suo produttore/amante. Smise di porre resistenza, aveva subito capito che non avrebbe avuto possibilità di scelta. Ancora una volta la mia anima violenta aveva travolto una donna. Le preparai una colazione con tutto quello che c’era in casa, o meglio, tutto quello che non si erano portato via! Non fu facile rimediare due tazze, e trovai un solo cucchiaio; lei mi aiutò a cercare, ma fu tutto inutile. Per cavalleria decisi di lasciarlo a lei, ma subito mi sorprese bevendo il latte dalla tazza senza mettere nulla sotto i denti. È incredibile quanti sacrifici deve fare una modella, ma lei lo faceva come una cosa naturale, che non le costava nessuna fatica. Effettivamente era perfetta, non aveva un grammo di cellulite o grasso su tutta la superficie di quel benedettissimo corpo; ma la parola corpo è troppo limitativa nei suoi confronti. Lei era eterea. Ed io mi stavo perdutamente e irrimediabilmente innamorando di lei. 

SETTE 

Dopo la sua ridicola colazione, scesi in un supermarket per comprare qualcosa. Avevo centomila lire nel portafoglio, ne spesi ottanta. Ma così avevo tutto quello che mi serviva per poter stare una settimana in quella casa e vivere dignitosamente. 

Quando rincasai Isabella non c’era, ma aveva lasciato un bigliettino in cui si scusava, ma non poteva lasciarmi interferire nella sua vita. Quel biglietto fu un colpo al cuore. Forse smisi di respirare da quel giorno. Per un bel po’ di tempo, garantito. Mi scese una lacrima amarissima giù per la guancia fino al mento, non avevo la forza di asciugarmi, non avevo voglia di perdere l’ultimo segno che mi aveva lasciato. 

Feci scorrere l’acqua calda e poi chiusi il tappo della vasca da bagno quando l’acqua era già incandescente. Aspettai un po’ prima di immergermi, e appena dentro ebbi una sgradevolissima sensazione, mi sentivo un pesce lesso. Restai per un’ora abbondante dentro la vasca fino a quando ero cotto a puntino, poi avrei chiamato lei per farmi mangiare.

Nell’agenda riuscii a trovare pure il suo numero di cellulare, chiamai ma era spento, così decisi di cercarla a Cinecittà o da qualche altra parte dove bazzicano le modelle. Non avevo idea di dove andare, così chiesi ad un tassista dove potevo trovarla. L’uomo mi portò in un quartiere di lusso, macchine blindate e uomini politici, e quando dissi di non avere soldi mi buttò una pedata sul sedere che vide tutta la gente circostante; mi urlò dietro per almeno tre minuti, mentre io scappavo senza sosta, cercando di ricordare la strada. Poco dopo tornai sui miei passi, già il tassista se ne era andato e non c’era più la stessa gente di prima; tirai un sospiro di sollievo e mi diressi verso la porta a vetri di un albergo.

Ero sudato, i capelli scompigliati e la barba lunga, praticamente non avevo possibilità di passare inosservato. Infatti subito il portiere mi fermò, mi chiese il motivo della mia visita, ed ebbi la fantastica idea di dirgli che mi avevano pestato in mezzo alla strada mentre stavo per andare lì. Mi fece entrare subito in una stanza, una delle più modeste ma ugualmente bellissima. Lì mi lavai, cercai un rasoio e mi feci la barba; ma ora ero in trappola; non potevo fuggire senza pagare, non anche questa volta. Mi affacciai alla finestra che dava su una strada esterna, e stabilii che quello era l’unico modo per passarla liscia: dovevo buttarmi.

Le mie vertigini non avrebbero acconsentito, ma l’eco nel mio portafoglio è stata di gran lunga superiore alla paura.

OTTO

 Non sapevo nemmeno perché ero lì, volevo solo tornare a Palermo, Roma era una città troppo grande per le mie possibilità; tornai a casa di mia madre e cercai il numero di un avvocato, un notaio o che so io, sperando che la vecchia megera mi avesse lasciato qualcosa in eredità. Telefonai a tale avvocato Danteri, che mi disse che sì, mia madre aveva lasciato l’eredità a una certa Isabella Renda, nipote di primo grado. Lo ringraziai e gli chiusi praticamente il telefono in faccia. Avevo troppa fretta di incontrare Isabella. Dovevo farmi prestare almeno i soldi per partire; per l’ennesima volta maledissi mia madre.

Trovai mia cugina al suo cellulare, le dissi senza mezzi termini che mi servivano soldi per potere ritornare a Palermo

NOVE

Avevo le chiavi di casa in tasca, ne ero sicuro, non erano mai uscite di lì. Eppure adesso non c’erano; cercai nelle valige, poi mi rassegnai a passare l’ennesima notte fuori, sperando che un dannato falegname potesse l’indomani aprirmi la porta di casa.

Telefonai ad una amica, le chiesi se poteva ospitarmi per una notte, la sua risposta fu ovviamente sì. Andai a piedi fino a casa sua, tanto era vicino, e poi non avrei avuto altri mezzi per raggiungerla: la macchina, dopo il tragitto dall’aeroporto a casa, era rimasta a secco. Come me, in pratica.

Passai da una banca per prendere qualche soldo col bancomat, il conto era quasi in rosso, presi le ultime trecentomila; da allora quella e tutte le altre banche non mi hanno mai più visto. A casa della mia amica c’era un ottimo profumo, anitra all’arancia avrei giurato. Invece era un pollo fritto col succo d’arancia, ma era meglio di niente. Dopo i soliti convenevoli, la mia amica mi chiese come mai ero fuori casa e dove ero stato negli ultimi tre giorni. Le raccontai le mie ultime avventure, mi fece le condoglianze per mia madre – come se io fossi addolorato! – e mi chiese di Isabella, mi disse di aver visto la sua foto su un mare di riviste, ma non sapeva che fosse mia cugina. Non ne sembravo particolarmente orgoglioso, mi disse, e sapevo che aveva torto marcio.

Mi preparò un giaciglio nel soggiorno, un divano comodissimo, devo dirlo! Mi addormentai subito, ero stanco del volo, stanco di camminare, stanco di tenere gli occhi aperti. Sognai un sacco di cose strane, vecchie ragazze che tornavano nella mia vita, nuove che se ne andavano senza darmi il tempo di conoscerle, mariti delle mie donne, neonati che mi rimproveravano di non aver dato loro vita…

DIECI

Mi risvegliai frastornato, ricordavo appena di essermi addormentato lì; Carla mi portò il caffè, era profumato come un mazzo di rose appena colte, ma quello era solo il suo profumo; mi disse che stava andando a lavorare e che sarebbe tornata alle 14. Se ne andò lasciando l’alone del profumo per tutta la casa; a stento mi sollevai, e mi ritrovai il telefono davanti. Avevo in mente una sola persona in quel momento, ed era Isabella. La chiamai; rispose al terzo squillo, lo ricordo perfettamente; tre, numero perfetto, tre come i suoi abbracci la prima mattina che mi ha visto, tre, come i cocktail che avevo bevuto nel bar prima che lei venisse, tre, come gli anni che ci separavano. Tre squilli, quindi. La sua voce soave mi fermò il respiro per un po’, feci fatica a dire quelle quattro parole per farmi riconoscere; la ringraziai per i soldi che mi aveva prestato, le dissi che glieli avrei restituiti, ma lei rifiutò, mi disse che sarebbe scesa a Palermo per fare una sfilata al teatro Massimo il 27 dicembre. Sarei andato a vederla, le promisi, e poi riattaccò, ché stava lavorando e la pausa era finita da un pezzo. Mi mandò un bacio, e fu davvero tutto confuso per un’eternità nella mia mente. Mi risvegliai da quello stato solo quando squillò il telefono, era Carla che voleva sapere se avevo bisogno di qualcosa. Le dissi che aveva già fatto abbastanza per me e che non mi avrebbe trovato in casa, avrei chiamato il falegname per farmi aprire la porta. Riattaccai senza esitare e cercai un falegname sulle pagine gialle, lo chiamai e gli diedi appuntamento davanti la porta di casa mia. Erano le 9 e sarebbe arrivato  entro mezz’ora. Io dopo. 

Due ore dopo ero dentro casa, l’onorario del falegname era di centocinquanta mila lire, praticamente metà del mio patrimonio; ma almeno ero a casa! Come prima cosa mi lavai, mi feci la barba e mi pettinai, perdendo come di consueto qualche capello. Mi sentivo già un altro e pregustavo l’arrivo di Isabella a Palermo. 

UNDICI

Venne quel fatidico giorno, il 27 dicembre, una giornata di sole splendente, e mi chiedevo come il sole potesse non vergognarsi del suo poco splendore rispetto a Isabella. Alla prima uscita in passerella indossava un vestito rosso, da gran signora, che per la delizia degli occhi e del cuore lasciava intravedere le sue meravigliose forme. Finita la sfilata la invitai a pranzo a casa mia, spiegandole che non avrei potuto invitarla in un ristorante o che so io; lei mi disse che era col suo produttore, che stavano all’hotel delle Palme e che sarebbe andata via il giorno successivo.

Ero completamente rassegnato, quando scorsi da lontano una coppia che si baciava guardandosi continuamente attorno. Li indicai ad Isabella, e la vidi tramutare in viso: era il suo produttore con un’altra modella. Lei scappò via piangendo; la raggiunsi con quattro balzi e me la tirai dietro, la portai a casa mia. Per la seconda volta ero l’uomo sbagliato al momento giusto, non ho mai avuto fortuna con le donne!

La strinsi tra le braccia, la sentivo singhiozzare sul mio petto e benedicevo quel bastardo che l’aveva tradita, mi chiedevo come fosse possibile preferirle un’altra donna. Isabella si addormentò sul mio letto, ed ebbi più di una volta la tentazione di approfittare del momento, ma poi decisi di trattenermi, la mia anima razionale aveva di nuovo prevaricato quella istintiva. Si svegliò dopo un paio d’ore e mi abbracciò, mi ringraziò per il conforto, mi chiese se avevo impegni per la serata. Le dissi che aspettavo da tempo un invito a cena di una vecchia cugina, lei fece finta di non capire, poi accettò.

La portai in un ristorante cinese, l’unico posto in cui sapevo che non avrei toccato cibo! Lei prese un’insalata e un paio di piatti con cui sembrava avere una certa familiarità. La guardai divorare quelle poche cose, mi veniva da ridere e infine dovetti cedere. Ridevo come uno stupido e lei si indispettì, mi chiese cosa diavolo avevo da ridere e le dissi che era buffa, poi le passai una mano tra i capelli e avvicinai le mie labbra alle sue. Non oppose resistenza. Si lasciò baciare, era un bacio liquido e disperato, era un bacio ambito da secoli, un bacio che era richiesta di aiuto, bisogno di sicurezza, bisogno di affetto. Il bacio più bello della mia vita. Quando uscimmo dal ristorante cominciai ad attraversare con lei a braccetto, quando una macchina, sfrecciando, ci travolse. 

Lei perse la vita sul colpo, io restai in coma per tre anni. Da allora non riesco più a pensare ad altro. E scriverlo mi sembra l’unico modo per liberarmene.

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