Perché?

Noi siamo la generazione del professor Layton; quella generazione che non crede nella magia, che deve scoprire l’arcano dietro ad ogni evento apparentemente inspiegabile, la generazione che ha dato un nome a tutte le cose e ne ha inventate altre perché aveva troppi nomi senza un oggetto corrispondente.

Ho cominciato a chiedermi il perché di tutto prima ancora di essere capace di pronunciare la parola mamma. Me lo ricordo, perché quel giorno mi sono chiesto perché non potessi essere come gli altri bambini. Mi sentivo un genio rinchiuso in un corpo ancora troppo dipendente dagli altri per esprimersi. Mi sarei sorpreso, anni dopo, che quella dipendenza non sarebbe passata con l’infanzia, né con l’adolescenza, né mai. Semplicemente, mi arresi all’evidenza che avevo bisogno degli altri. E di non essere un genio.

Ma questa è un’altra storia.

Dicevamo che ho cominciato fin dalla più tenera età a chiedermi perché, a non credere nei dogmi, a pensare che se fossi nato in un altro posto nel mondo avrei avuto un altro dio, un’altra famiglia, un’altra cultura. Era un pensiero particolarmente profondo e spropositato, per l’età in cui me lo posi la prima volta. È stato più o meno quando, grazie alla geografia, ho imparato che esistevano altri luoghi su questo pianeta, e che ognuno aveva una sua peculiarità. Così, ieri sera, dentro un negozio di cui non farò il nome perché era talmente pieno di gente da non aver bisogno di pubblicità, in quel negozio mi sono chiesto l’ennesimo perché. Ho visto un uomo senza una gamba, e mi sono chiesto perché. Non perché l’avesse persa, ma perché ha deciso di vivere così, senza un pezzo. I monchi mi hanno fatto sempre un effetto a cavallo tra la repulsione e la curiosità. Lo so, lo so, non è politicamente corretto parlare di repulsione; e neanche di monchi. Ma se devo stare attento a tutti i politically correct che questa società ipocrita ci impone, non potrei scrivere nemmeno una parola. È un po’ quello che succede ai giornalisti, e agli scrittori, quando viene loro il blocco creativo. In realtà non possono trattare determinati temi senza incorrere in censure gratuite, anzi, a pagamento, perché un regime che censura ha bisogno di soldi, e quei soldi glieli diamo noi. Ma anche questa è un’altra storia, che la mia vena polemica non farà a meno di ignorare.

Ieri, alla vista di quel pantalone che cadeva dritto e vuoto, sotto il peso della stessa stoffa, e senza una gamba sotto, mi è venuto un mini attacco di panico. Ho avuto paura di morire. Anzi, no, come ho avuto modo di chiarire dopo con la mia compagna, ho avuto paura di vivere. Che tutto questo sbattimento senza fine, che chiamiamo vita, in realtà una fine ce l’ha, ma non ha un fine. Sottigliezze. Una vocale che cambia tutto. E siamo arrivati alla conclusione che tutto quello che costruiamo, o cerchiamo di costruire, e la nostra frustrazione quando non ci riusciamo, altro non è se non un fuoco di paglia, un castello di sabbia. Destinato in ogni caso a (cor)rompersi. L’ansia mi ha preso le pareti dello stomaco, e ci ha steso sopra una bella mano di bile; per sicurezza, ha passato una seconda mano, dopo che la prima si era asciugata. Una strana sensazione di inquietudine si è impossessata di me, e non mi abbandona. Paura di vivere secondo quello che ha deciso qualcun altro. Non qualcuno in particolare; semplicemente, vivere secondo quel dettame che ti impone di nascere, crescere, studiare, studiare, studiare, lavorare, lavorare, lavorare, riprodurti e morire. Un copione, così monotono che sorprende possa ripetersi ancora oggi. E così continuo a chiedermi perché. Perché una vita tanto scontata valga la pena di essere vissuta. Perché non prendo su tutto e non vado, che so, alle Hawai, o alle Folks, o a Fanculo, che i troverei un sacco di amici. Cosa ci faccio qui? Perché ho deciso di rimanere?

E sono arrivato, a 30 anni, alla stessa conclusione di quando – di anni – ne avevo dieci. Se fossi nato a Fanculo, per esempio, non avrei avuto lo stesso dio, la stessa famiglia, la stessa casa. E non avrei scritto lo stesso post.

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