Discontinuità

Se c’è una parola che può riassumermi, in questi 35 anni, è “discontinuità”. Non so quante cose abbia iniziato e mai portato a termine, per indole, per pigrizia, per impegni diversi sopraggiunti, o per non so neanche io cosa.

Tra le cose mai portate avanti, posso annoverare questo blog.

Anzi, potrei anche chiuderlo da un momento all’altro, non avessi paura di pentirmene. È che sono fatto così, ho paura di prendere delle decisioni definitive. Che non significa non prendere posizione, ma prenderne una non troppo comoda, così non è difficile da abbandonare.

Dovrei scusarmi personalmente con gli amici che non ho più richiamato, con i compiti che non ho più portato a termine, con le persone cui non ho mai detto addio, ma non vedo né sento da lustri. Ma avrebbe senso?

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Ho voglia di te

Sai quando ti prende quel desiderio di una persona, e pensi a tutto quello che potreste fare se foste insieme in quel momento?

Ecco, io ho quella voglia, di te. Di passeggiare con te sotto la pioggia, comprare insieme le caldarroste e scottarci la punta delle dita, e nonostante ciò continuare imperterriti a sbucciarle, noncuranti del dolore, ma del sollievo sulle mani gelide, dalle quali avremo tolto i guanti per sbucciare le castagne. Vorrei entrare con te in quei negozietti di una volta, dove vendono le decorazioni natalizie, sorprenderci come bambini a guardare le luminarie, le decorazioni più o meno brutte, ma tutte ugualmente così natalizie che l’estetica conta poco. Conta solo il calore. Come quello che ci scambiamo, tanto calore che abbiamo gli occhi lucidi mentre ci guardiamo, così innamorati, così compenetrati da risultare impermeabili alla pioggia, alle pozzanghere schizzate dalle macchine, alla moto impelagata nell’acqua, nel traffico. Siamo noi due, insieme, abbracciati alla vita, mentre godiamo una giornata di sole, al parco, sdraiati sull’erba tagliata di fresco, e ancora pregna dell’umidità della notte.

Sì, ti voglio proprio tanto, tanto… ho la sensazione fisica di stringerti tra le braccia, sentire la tua consistenza, respirare il tuo profumo… sentire la tua pelle fredda sulla mia, il tuo naso contro il mio mentre mi baci, e mi dici che mi ami. Il tuo sorriso di sempre, mentre ricambio la tua dichiarazione, mentre ci chiedo come abbia fatto a vivere tutti questi anni senza di noi, sapendo che in fin dei conti tu esistessi davvero, dovevo solo avere il tempo di trovarti, regalarmi la possibilità di conoscerti, smettere di scappare.

Sono felice. Felice di averti, e di poterti avere dentro in qualsiasi momento. Sei nel mio cuore, tra i miei pensieri, quando non sei tra le mie braccia. Non ho bisogno di fare chissà cosa, di andare chissà dove. L’importante è che tu sia con me.

Ho scoperto che la felicità sta nelle cose semplici, che se provi a complicarla è perché NON SEI FELICE.

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Lettera per il paradiso

Ciao

Era da tanto tempo che non ti scrivevo. Qui va tutto bene, o almeno è la mezza verità che mi racconto più spesso. Più che “va tutto bene” direi che “niente va male”, non è proprio la stessa cosa. Ma sono sottigliezze, in fin dei conti. Non vorrei passare per quello che si lamenta sempre e basta, per principio.

Anzi.

Sai che mi è sempre piaciuto godermi la vita, sorridere, muovermi, viaggiare, essere positivo e propositivo, avere tanti amici e tante cose da fare. Non c’è e non ci deve essere tempo per fermarsi, a piangersi addosso per quello che non si ha, o non si ha più, o non si è più. Perché tra quello che ho perso e quello che ho, tra quello che ero e quello che sono, c’è un abisso che solo la mia personalità può colmare. Più è grande l’abisso, più devo essere forte.

E ce la farò, mamma, ce la farò sempre, te lo prometto.

PS: Lì come va? È come lo raccontano? Perché da quello che dicono, sembra sia un bel posticino, ma poi, se fosse davvero così bello, credo che la gente farebbe a gara per andarci. Ma non mi pare sia così… dimmi tu! Tra l’altro, spero che la selezione delle missive in arrivo non sia troppo dura, altrimenti non riceverai mai questa mia! 🙂

Ti voglio bene, come sempre, per sempre.

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Mondi paralleli

Visto il periodo lavorativo piuttosto intenso, e visto che le privazioni non fanno che accrescere lo stato di stress, negli ultimi giorni mi sono dedicato alla cucina, con risultati davvero disastrosi dal punto di vista della preparazione, ma tutto sommato soddisfacenti sul versante del risultato.

La preparazione del cibo, per me, è come i preliminari a letto. Tutto deve essere fatto metodicamente, seguendo uno schema che non si deve ripetere per non annoiare, ma che è comunque composto dalle regole basilari: preparazione degli ingredienti, disposizione degli utensili a portata di mano, occhio e naso attenti ai minimi segnali (fumo, odore, …). Ed un elemento ulteriore che accomuna i due mondi: la previdenza. Se preparo un brodo per 250 g di riso, ad esempio, so che mi basteranno 500ml di acqua. Ma ne metto 750. Perché? anzitutto, raccogliere il brodo col mestolo e spostarlo da una pentola all’altra richiede necessariamente di versarne un po’. E poi sono uno sbadato, potrei colpire il manico del pentolino e versarne parte del contenuto. Inoltre, con un po’ di brodo in più, posso decidere fino all’ultimo minuto se cuocere ulteriormente, o lasciare al dente. A letto è lo stesso. Devi procurarti subito il necessario, tenerlo a portata di mano. Devi essere metodico, attento (naso ed occhi, ma anche bocca e mani e orecchie), mai scontato ma sempre pronto ad ogni evenienza. Ma soprattutto c’è una virtù che accomuna i due mondi: la pazienza. Sfido chiunque a far bollire un litro d’acqua in dieci secondi, o a cuocere una pasta in 1 minuto. Altrettanto difficile aspettarsi un orgasmo in 10 secondi, no?! Pazienza, dedizione, metodo. Amore, in una parola. Ma l’amore non è necessariamente per la persona che sta con te in quel momento, come non è per il piatto che stai preparando. L’amore per la cucina, in generale. L’amore per il sesso, in generale.

No, non sono il solito maschilista che se ne frega della persona che ha davanti. Anzi, proprio in virtù dell’amore che nutro, come in cucina, scelgo solo gli ingredienti migliori. Non mi accontento del fast food, non voglio preparare cibi in scatola. Voglio genuinità. Veracità. Gusto. Personalità. E fantasia. Sì, tanta fantasia. Perché il numero di ingredienti è finito, come lo sono le note musicale, come lo sono i corpi. Ma dalla combinazione dei singoli elementi, i risultati possibili sono tendenti a infinito. La fantasia serve a combinare gli elementi in modo inedito, e sta anche nel superare i pregiudizi ed i preconcetti, che spesso precludono la scoperta di novità interessanti.

Prendi ad esempio il primo genio che ha unito l’anatra all’arancia, o il maiale e il cioccolato. Sperimentatori. Hanno sbagliato, hanno rischiato, sono stati criticati, ma sono andati avanti, e infine il risultato è sul piatto di tutti. Così come la sperimentazione a letto, appannaggio di pochi, porta vantaggi a tutti, nel tempo.

Ma torniamo ai disastri nella preparazione delle ultime due cene. Ieri, nella foga di grattare il pepe nero, si è tolto il tappo del dosatore, ed è caduto un chilo di pepe nel piatto. Ovviamente ho mangiato tutto lo stesso, cercando alla meglio di togliere il surplus. Si può rimediare agli errori, in cucina come a letto. Bisogna avere elasticità, spirito di iniziativa, anche in questo caso, perché un piatto che può sembrare compromesso, o rovinato, non necessariamente lo è. Come anche un rapporto. Tutto, o quasi, si può salvare. Basta solo sapere fino a che punto si può arrivare.

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La mia donna ideale

Pensieri di una sera d’inverno, nel ristorante dell’hotel dove sto spendendo i miei ultimi mesi lontano da casa.

Davanti ad un piatto vuoto, in attesa dei miei spaghetti, mi viene un’illuminazione: ho scoperto la mia donna ideale.

Non so ancora se esista, da qualche parte, ma ho già un’immagine di come dovrebbe essere.

La mia donna ideale deve essere una buona forchetta,

ma non deve pesare 70 kg.

Deve essere un’abile conversatrice,

ma deve saper ascoltare.

Deve essere una dea a letto,

ma non una pornodiva.

Deve saper starmi accanto,

ma lasciarmi i miei spazi.

Devo essere l’unico uomo per lei,

ma deve far girare la testa a tutti quando passa.

Deve amare viaggiare,

ma anche restare a casa a guardare il fuoco che scoppietta nel camino.

Deve essere avventurosa,

ma deve avere paura di qualcosa perché io possa difenderla.

Deve essere brava a cucinare,

ma anche sorridermi se la invito a cena fuori.

Deve amare gli animali,

ma non convincermi a prendere uno zoo in casa.

Deve amare la musica,

ma saper apprezzare il silenzio.

Deve saper ballare,

ma anche essere paziente con uno scoordinato come me.

Deve farmi ridere,

ma anche farmi piangere.

Deve essere raffinata e dalle buone maniere,

ma dimenticarsele davanti ad una pizza che gronda mozzarella.

Deve avere un lavoro che le piaccia,

ma non deve parlarne come lavorasse solo lei nel mondo.

Deve avere tanti amici,

ma saper anche restare sola.

Infine deve sapere cosa di bello offre la vita,

ma… accontentarsi di me!

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Io viaggio in Seconda

Prendo spesso il treno. Direi due volte a settimana, in media. Treni veloci, sempre più grandi e sempre più… rumorosi.
Solo che il rumore una volta era fuori dal treno, quando lo sferragliare, lo stridio dei freni, i sedili ed i vetri che tremavano, riempivano l’aria della carrozza, senza lasciare spazio a conversazioni col proprio vicino di posto.
Oggi il rumore è dentro. In prima classe, gente innamorata di se stessa e della propria voce, evidentemente, si esibisce in monologhi telefonici a base di “COSA? NON TI SENTO, SONO IN GALLERIA, RIPETI, PRONTO?! MI SENTI?!”, oppure intavola conversazioni sterili; spesso sono colleghi di lavoro che parlano tra loro come fossero gli unici al mondo a lavorare – ma in Italia si avverte spesso questa sensazione. Minchia, 4 milioni di disoccupati, e tutti i cacacazzi che parlano di lavoro li trovo sul treno io!?
In aggiunta a monologhi o dialoghi poco interessanti, la gente, nonostante l’evoluzione dei sistemi e servizi igienici negli ultimi duecento anni, continua a puzzare. Ma in una maniera invereconda! Ora, io non sono uno snob. Chiunque mi legga da più di un post, avrà già capito. Ma qui si parla di gente in giacca e cravatta che puzza di sporco, di piedi, con i capelli unti e le unghie nere sotto. Gente che sbadiglia senza mettersi la mano davanti alla bocca, che si stiracchia allungando le gambe anche se sono alti due mele o poco più, e ti infilano le scarpe negli stinchi. Insomma, il capitale umano che viaggia in prima classe è odioso di necessità. Suini inguainati in abiti troppo stretti, vecchie matrone con la faccia da mignotta che provano ad essere piacenti, rendendosi ridicole, bambini con madre che fatica a tenerli non dico seduti, ma almeno non arrampicati alle cappelliere. A proposito, vogliamo parlare di quelle? In media ogni viaggiatore ha a disposizione 50 cm di cappelliera sulla propria testa. Entri in un vagone con ancora tre passeggeri, e le cappelliere sono tutte piene. Da entrambi i lati! e tra voci agitate, telefoni che squillano, computer che si riavviano, ventole che partono, odori che invadono, gente che russa… la prossima volta, vado in seconda! Almeno lì paghi 30€ in meno, sei scomodo uguale, ma i cafoni non si sentono snob, e parti e arrivi alla stessa ora di quei coglioni che hanno speso 30€ in più per avere un pacchetto di salatino da due euro.

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Anche le certezze portano domande

In un periodo ricco di cambiamenti, come quello che sta attraversando ultimamente la mia vita, sento il bisogno di aggrapparmi a piccole certezze.

Un di queste, sono i libri. Piccoli mondi fantastici, più che piccole certezze. Anzi, mi sa che è proprio l’aggettivo “piccolo” ad essere fuori luogo. I libri, di piccolo, hanno solo le dimensioni – ma non è neanche il caso degli ultimi che ho letto, di cui non saprò mai le dimensioni reali, visto che ho un Kindle.

Negli ultimi 4 mesi mi sembra di aver letto circa 10 libri: la tetralogia di The Giver (di cui fanno parte, oltre al già citato primo libro, il secondo, Gathering blue, il terzo, il Messaggero, e infine Il Figlio), Dalla parte di Bailey (ho riso e pianto così tanto solo per un altro libro, in vita mia), L’amico immaginario, Mi chiamo Chuck, Il cammino delle parole, Il grande Gatsby, L’imprevedibile viaggio di Harold Fry.

Ad un uso così smodato dell’organo sensoriale deputato alla vista (lo so, facevo prima a scrivere occhi, ma sto cercando di esercitare anche il tatto!) non poteva che conseguire una stanchezza “visibile” sotto agli occhi. Insomma, ho delle borse sotto agli occhi, che potrebbero contenere tutti i libri che ho letto! e forse – ma dico forse – si fa impellente il bisogno di procurarsi un paio di occhiali, rinunciare all’idea dell’immortalità, e capire che in fin dei conti non c’è niente di male ad ammettere di essere semplicemente invecchiato.

Allora, visto che non amo lasciare nulla al caso, la prima cosa da scegliere è la montatura: rigorosamente in celluloide o vinile, nera, da nerd. Quella che ho sempre sognato. Mi starà male? Càzzomene. Sono quello che voglio. La seconda cosa è: lenti antiriflesso? Oppure lenti che diventano scure con l’aumentare della luce (che per il mio secondo non indifferente problema legato alla fotofobia, sarebbero una manna)?

Il punto non è nemmeno questo. In un periodo così pieno di domande, l’unica certezza che avevo mi ha portato a farmi altre domande ancora, tipo chissà come sarà indossare gli occhiali, quante paia ne perderò in treno-aereo-taxi, prima di abituarmi all’idea di averli addosso. Sarò ancora estremamente attraente? Lo sono mai stato? Ecco, non è che adesso devo proprio mettere in discussione tutta la mia vita..!

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